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Papa Luciani, una beatificazione senza sconti

Nella Sala Stampa vaticana la parola al postulatore della causa di canonizzazione di Giovanni Paolo I, elevato agli onori degli altari il 4 settembre. Insieme a lui, il cardinale Stella, alla vice postulatrice, Stefania Falasca, i ricordi della nipote Lina Petri e di suor Margherita Marin, la prima a trovare il corpo senza vita del Pontefice, e la testimonianza di padre Dabusti, il sacerdote argentino che pregò per la guarigione della bambina miracolata dal Pontefice.

È passato alla storia come il Papa dei 33 giorni di pontificato, o più banalmente come il “Papa del sorriso” o, peggio ancora, come il Papa protagonista di una leggenda noir sulla morte repentina alimentata da libri e giornali. L’imminente beatificazione aiuta a meglio conoscere e anche scoprire l’immensa figura di Giovanni Paolo I. Quindi il magistero, la profondità spirituale e umana, lo spessore, la cultura patristica, morale, storica, dogmatica.

La causa di canonizzazione e i ricordi personali

Occasione preziosa di approfondimento, è stata la conferenza stampa presenti gli attori della causa di canonizzazione: il postulatore il cardinale Beniamino Stella e la vice postulatrice Stefania Falasca. Da parte loro, non solo un excursus della causa di canonizzazione, durata 19 anni, ma anche ricordi ed esperienze personali. Come il ricordo da parte di Stella della mamma che “in relazione alla povertà soleva citare monsignor Luciani, per dire che il sacerdote non doveva avere conti in banca e libretto di assegni”. O la commozione di Falasca che, sollecitata dai cronisti, ha raccontato i decenni trascorsi, tra studi e viaggi, ad approfondire la figura di colui che ha definito “uno dei Papi più geniali del ‘900”

I relatori alla conferenza stampa di beatificazione di Papa Luciani

La nipote Lina: “Aiutò ebrei durante la guerra”

Sull’onda di questa atmosfera quasi intima, inusuale per una conferenza stampa, hanno suscitato grande emozione in sala le testimonianze di due donne che Albino Luciani lo hanno conosciuto da vicino. Suor Margherita Marin, la religiosa della Congregazione delle Suore di Maria Bambina, assistente presso l’appartamento papale, che per prima insieme a suor Vincenza Taffarel trovò il corpo senza vita del Pontefice. Poi la nipote Lina Petri, figlia della sorella Antonia, che ha ricordato le cartoline da Roma “dello zio”, i consigli, le chiacchierate su Sant’Agostino e San Tommaso, le telefonate con la sorella, come quella in cui parlando dell’incontro a Belluno tra Hitler e Mussolini disse in dialetto: “Siamo in mano a due matti!”. Lina Petri ha raccontato pure dell’aiuto offerto dallo zio a persone in difficoltà durante la guerra, soprattutto ebrei, oppure di quel giorno in cui i vescovi del Friuli gli chiesero consiglio se celebrare funerali pubblici cattolici per Pier Paolo Pasolini, rimasto ucciso in una “morte scandalosa”. “Ho autorizzato subito, non ho avuto alcun dubbio – confidò alla nipote – gli ho spiegato che tutti abbiamo bisogno della misericordia del Signore. Pasolini in Friuli, da adolescente, era attaccato alla chiesa e questo lo metto come base”. “Era così… Non formulava giudizi di condanna ma partiva da quello che c’era di buono nelle persone”.

Il cardinale Stella: “Il suo messaggio importante per il mondo di oggi”

La testimonianza della suora e della nipote sono state tra le tante che, nel corso del processo, hanno permesso di ricostruire tassello per tassello l’opera e la vita, inclusi gli ultimi istanti, del Pontefice veneto. Tra le deposizioni extraprocessuali spicca quella di Benedetto XVI: una testimonianza, ha rilevato Stella, che rappresenta “un unicum storico, in quanto è la prima volta che un Papa emette una testimonianza de visu su un altro Papa”.  

Una ricerca accurata e scrupolosa

Il processo, che ha avuto impulso dalla Chiesa brasiliana arrivando fino all’Argentina, ha avuto un incedere lento e arriva alla tappa della beatificazione dopo 44 anni della morte avvenuta in quel 1978 impresso nella memoria collettiva come “l’anno dei tre Papi”. Tuttavia, proprio la lentezza ha permesso di svolgere un lavoro minuzioso. “La causa di Papa Luciani – ha sottolineato il postulatore – non è stata né più lunga di altre, né più breve e agevolata di altre. È stata una ricerca senza sconti: accurata, coscienziosa, scrupolosa, condotta con metodo storico-critico, sulla base di una seria investigazione delle fonti archivistiche, di una mirata ricerca bibliografica e di un ricco panorama testimoniale”

Il pontificato, “la punta di un iceberg” 

E proprio l’acquisizione delle fonti e di una mole impressionante di documenti, raccolti ora dalla Fondazione vaticana intitolata al Papa beato, ha permesso lo “scavo analitico” grazie al quale, ha detto Falasca, “si è potuto mettere in cantiere un progetto di ricostruzione storica non estemporaneo”. “Sul piano dell’interesse storiografico – ha sottolineato la vicepostulatrice e vicepresidente della Fondazione vaticana Papa Luciani – Giovanni Paolo I ha avuto uno spazio modesto. L’operato, la personalità e il pensiero sono stati poco frequentati”. La causa di canonizzazione ha quindi reso “un servizio alla verità storica, acquisendo tutta la documentazione per parlare davvero di Giovanni Paolo I”. E soprattutto “ricostruire con completezza un itinerario di cui il pontificato è stata la punta di un iceberg”.

La piccola parrocchia montana

La santità di Luciani ha infatti radici lontane, che affondano a Canale d’Agordo, il paesino veneto che gli diede i natali. “A dispetto di molte vulgate, che troppo spesso hanno decantato l’umiltà e la provincialità del paese natale – ha osservato don Davide Fiocco, membro della Fondazione e direttore della casa di spiritualità “Centro Papa Luciani” -la ricerca storica racconta la vitalità di una terra di confine, che fu sede di iniziative economiche e sociali che vantano la primogenitura anche a livello nazionale e soprattutto fu fucina di personalità di un certo rilievo. Non è un caso che durante il Concilio Vaticano II (caso forse unico al mondo) questa piccola parrocchia montana contasse tra i padri conciliari ben tre prelati, oltre a monsignor Luciani”.

La salma nella Basilica di San Pietro

Le bugie sulla morte 

Grazie alla ricerca scientifica, poi, si è potuta scardinare la fake news sulla morte per avvelenamento “perdurata per molto tempo”. Una bugia storica che, per Stefania Falasca, “ha fagocitato per tanti anni la consistenza e la caratura magisteriale di questo uomo e questo Papa”. “Incredibile che a 44 anni dalla morte ci si chiede ancora perché è stato ammazzato”, ha esclamato la giornalista. A contrastare quella che ha bollato come “pattumaglia pubblicistica” ci sono, appunto, le fonti: “E quando ci sono le fonti, la storia parla davvero”.

Referti e cartelle cliniche

Nel caso del decesso di Luciani, si parla di acquisizione di cartelle cliniche, deposizioni processuali, referti, le relazioni dei medici – l’archiatra pontificio Mario Fontana e il medico Renato Buzzonetti – che avevano redatto la causa e lo stato clinico, l’anamnesi, e provveduto alla conservazione della salma. “Qualcuno domanda perché non è stata effettuata l’autopsia? Non c’era la legge allora, l’ha introdotta Giovanni Paolo II nel 1983. Inoltre, l’autopsia viene richiesta per sospetto e Fontana e Buzzonetti, nel referto della morte, scrivevano di non ritenerla necessaria”, ha detto Falasca. La visione del cadavere, la descrizione delle macchie che hanno permesso di ristabilire il momento del decesso, hanno portato i due professionisti a decretare quella di Luciani come “morte improvvisa”. E “quando si scrive così in medicina legale è sempre morte naturale”, ha sottolineato la giornalista: “È stato un infarto”. Lo stesso Luciani, che godeva di “buona salute anche se con alcuni pregressi” ne ebbe avvisaglie la sera prima con un cenno di male al petto che però scambiò per dolore intercostale. Non gli diede troppo peso e andò a letto salutando le suore come ogni sera e dicendo a suor Margherita la sua ultima frase: “Domani ci vediamo, se il Signore vuole ancora, e celebriamo la Messa assieme”.

Suor Margherita Marin

I ricordi di suor Margherita Marin

La religiosa ha riportato con voce flebile queste memorie forti, insieme a piccoli ma significativi aneddoti che restituiscono l’immagine dell’uomo Albino Luciani. Ad esempio quella volta che di pomeriggio, vedendo la suora stirare, il Papa, che faceva avanti e indietro con dei fogli in mano, disse: “Suora, vi faccio lavorare tanto… Ma non stia a stirare tanto ben la camicia perché è caldo, sudo e bisogna che le cambi spesso. Stiri solo il colletto e i polsi che il resto non si vede mica sa”.  

La reliquia: un foglio ingiallito con appunti sulle virtù teologali

Fogli in mano, Giovanni Paolo I, ne aveva continuamente. Da sempre. Un foglio lo stringeva pure nelle mani da morto: appunti sulla virtù della prudenza al centro della catechesi dell’udienza generale del mercoledì successivo. Nell’archivio della Fondazione – che copre un arco di tempo dal 1929 al 1978 – sono state recuperate agende, bloc notes, appunti, trascrizioni che mostrano come tutto ciò che Luciani ha detto “non è stato mai lasciato all’improvvisazione”. Da questo “sancta sanctorum” è stata tratta la reliquia presentata al Papa: non un frammento di osso o una parte del corpo come sempre avvenuto, bensì una carta. Un foglio bianco, ingiallito dal tempo, di una decina di centimetri, in cui il Papa riportava uno schema per la riflessione spirituale sulle tre virtù teologali che richiama il magistero delle udienze generali. Una novità assoluta, pregna di significato: “È l’emblema di quello che è tutta la sua spiritualità e la sua ricerca delle sette lampade di santificazione”, ha detto Stefania Falasca, “il programma del suo pontificato”.

Il reliquiario con la reliquia scritto autografo di Albino Luciani – Giovanni Paolo I

Dabusti: “Lo Spirito Santo mi suggerì di pregare per la bimba malata”

La storia della giovane miracolata, Candela Giarda, affetta da una epilessia refrattaria maligna, e della guarigione miracolosa l’ha raccontata padre Juan José Dabusti, il sacerdote argentino che, di fronte alla disperazione della madre che lo aveva chiamato al capezzale della figlia, dopo che i medici le avevano detto che non avrebbe passato la notte, propose di pregare insieme Papa Luciani. “Guardandola in quelle condizioni ebbi l’ispirazione di rivolgermi a Giovanni Paolo I per chiedere la guarigione della sua bambina, e insieme a lei, e ad alcune infermiere presenti, lo pregai”, ha raccontato il sacerdote. “Fino a quel momento non avevo mai pregato Giovanni Paolo I per una guarigione. Perché ho proposto a Roxana di pregare lì Luciani affinché intercedesse per la guarigione di Candela? Non lo so. È stato lo Spirito Santo”.

Fonte: Salvatore Cernuzio – Sir

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