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Pescare, nella baia dei ricordi, uno scorcio di vita

Quando sarà lontano da qui, dal caldo di agosto, dai tuffi sul molo, dalla bruschetta in giardino, dai cugini che nemmeno sapeva di avere, dal vociare che riempie le giornate anche quando sembra invadente, quando tornerà a chiedere “posso?”, a riprendere l’orologio in mano per sapere che è l’ora del rientro – poiché sarà lontano dal sole che tramonta e che lo voleva a casa per prepararsi per la cena – riprenderà ad andare a scuola, con le sue scarpe nuove, perché ha cambiato il numero – forse per lo stare scalzo, forse per le ciabatte da mare – di fatto le scarpe belle, quelle comprate prima dell’estate, non gli andranno più; quando Ischia tornerà ad essere l’isola dei sogni, il posto dove passare l’estate, tra i primi compiti assegnati dagli insegnanti mi piace pensare possa esserci ancora “parla delle tue vacanze”. Un tempo era così e succedeva spesso che, dopo l’iniziale ritrosia per non aver nulla di particolare da raccontare, si riempivano fogli e fogli di aneddoti, curiosità, racconti. Mi piace pensare che possa ancora esistere la possibilità di ripescare il ricordo, riviverlo e condividerlo. Aggiornarne l’emozione, rivivificarne i colori, che complice il grigio della città si adeguano alla gamma cromatica del momento in cui stiamo, esaltarne gli insegnamenti, individuarli e custodirli cambiandone la posizione all’interno dello scrigno della memoria.

Quando accadrà sarà partito, mettendo, solo all’ultimo minuto, alla meno peggio, le sue cose nel trolley, preparandosi malvolentieri al viaggio di ritorno e, se pur in maniera refrattaria, sarà rientrato e si sarà reimmerso nella sua realtà cittadina, e tutto il bello, la noia, il tempo e le nuove acquisizioni, potrà raccontarle meglio alla distanza di sicurezza dal viverle in pieno e con le intensità estive, lontano e non più immerso nella salsedine di un sole del sud, rovente abbastanza da far dilatare l’orizzonte con i contorni e i ricordi rarefatti ma non sbiaditi. Quelli che gli faranno chiedere se li ha vissuti veramente o sono stati solamente un miraggio.

Baglioni cantava “i ricordi sono acqua e l’acqua è memoria” e lui, che ha imparato a stare su quegli scogli, rientrato in città potrà dirlo e dirlo bene che questa estate, con il nonno, ha imparato a stare al mondo, con una canna da pesca in mano in equilibrio tra percezione, schemi di postura e impreparazione a tutto quello che non è precostituito, organizzato, schematizzato. Potrà dire che quelle gambette bianche e tremanti per la poca stabilità che gli scogli offrivano, tra pendenze e fondo scivoloso a causa delle onde, hanno imparato a ricercare e individuare, mantenere e riprendere ancora, un equilibrio stabile anche su un masso non allineato al livello del mare, potrà dire anche che quel cuore selvaggio e indomabile, esistente al di là di ogni previsione dei suoi genitori di città, il nonno glielo ha fatto uscire per davvero e che il cuore di città, allineato ai condizionamenti delle convenzioni e agli orari scadenzati, era andato in ferie da qualche altra parte per lasciare il posto al nuovo, all’avventura, alle regole non scritte, ai silenzi delle tradizioni che un nonno tramanda con orgoglio e sacralità al nipote, agli sguardi complici.  

Quel che mancherà in quel tema sarà l’osservatore che li ha visti e che da lontano ha creduto potesse trattarsi di una sola persona, seduta sugli scogli, intenta a fare capolino con la testa ed a seguire il filo di nylon che puntava verso il mare. Che, avvicinandosi, ne ha distinto i contorni e si è reso conto che si trattava di due corpi e non uno solo. Si trattava di quei due.

Quei due lì, per chi li osserva, avvicinandosi con discrezione, pur da vicino appaiono sempre, comunque, troppo lontani per poter sbirciare tra loro e spiarne gli sguardi di complicità, tra gli occhi di chi impara e spera di poter provare e la solidità di chi insegna e sta a guardia di eventuali sbilanciamenti del giovane rampollo, facendo distrattamente finta di no. Tutto su un fazzoletto di scoglio, incastrato tra altri scogli, di diversa misura, colore, ruvidità o scivolosità, coperto da altri, a seconda dell’altezza da cui li si osserva, circondati dal parapetto che delimita la normalità di un’isola turistica sulla quale si cammina con le scarpe da ginnastica, dal mondo fantastico di tutto quello che accade in prossimità del mare con gli infradito riposti vicino alla cassettina degli ami e delle esche, per sperimentare anche l’aderenza al suolo, anche se scotta, anche se è ruvido.

Quei due là, che di spalle e da lontano sembrano osservare l’orizzonte, invece custodiscono gesti tra loro che rimarranno impressi su quel quaderno di scuola, senza il necessario bisogno di scriverli, impressi come i solchi di sale, di sole e di lenze nelle mani del vecchio pescatore mentre, rugose e fiere, adagiano in quelle lisce e dinoccolate del fanciullo le esche sapientemente preparate. Mani che, viste aperte, il massimo dell’usura l’hanno sperimentata brandendo una racchetta da tennis con guaina in caucciù.

Quei due là, che un attimo prima erano a tavola con la famiglia e che è bastato un solo sguardo per capire che nel gioco della pallina di pane, tormentata dalle dita grandi e cotte di sole e di fatica, mentre gli altri sorseggiano il caffè, premeva, silente, l’invito a fuggire dal noioso riposino pomeridiano “perché a quest’ora la gente riposa”.  Un solo cenno per il segnale che indicava “io ci sono”. Al nonno bastava il solo accorgersi che il nipote imitava il gesto, arrotolando palline di pane, nel dopopranzo di una tavola imbandita e già mezza sparecchiata, utilizzando gli avanzi del profumato panello di Boccia, (ma che ne sanno in città del profumo di Boccia) prima che la nonna la scuotesse e ne ripulisse ogni traccia. E tutto questo, con lo sguardo di intesa di chi pregusta la fuga come si fa tra complici, dalla immobilità della controra.

Il ragazzo nella sua nuova classe, con i tetti e le antenne dalle finestre, un cortile in cemento ed un canestro solitario, la ruggine che cola con le prime piogge, con i suoi nuovi compagni e lo zaino che va di moda, profumato ancora di negozio dal quale è appena uscito, socchiuderà gli occhi e cercando di uniformare il suo ricordo a quello dei compagni, ricordo di giostre e granite, di ragazze scollate e coetanei abbronzati, con i quali potrà vantarsi di essere cresciuto, troverà una immensa distesa di acqua nella quale si specchia il castello aragonese e il languore che tutto sia finito troppo presto e, poiché i ricordi sono acqua e l’acqua è memoria, lì, in quegli occhi chiusi recupererà tutti momenti in cui non pensava potesse essere capace di stare fermo per tanto tempo su uno scoglio che sembrava muoversi ad ogni risacca, senza farsi venire un crampo e senza che il nonno se ne accorgesse che tremava, in bilico tra uno scoglio inclinato e il cestello delle esche, tra un bambino di città e un ragazzo di mare. Lì ritroverà tutte le volte che ha pensato di aver fallito se all’amo non abboccava niente e le poche volte che invece un pesciolino riusciva a farlo diventare un eroe e l’orgoglio del nonno. Ritroverà lo sguardo e la presenza alle sue spalle di chi invece era già fiero solo per il fatto che il nipote esisteva e stava lì con lui, sotto un sole che stava per tramontare, ad assorbire il silenzio mentre ancora da lontano le voci dei bagnanti si confondevano; ritroverà e rigusterà l’arte della pazienza nell’attesa che qualcosa di impercettibile accadesse, l’umiltà di attendere lo strappo, segnale che qualcosa ha abboccato, malgrado gli sguardi di chi, passando, sembrava chiedersi e chiedere loro se per caso non fosse più comodo comprare il pesce nella pescheria affianco piuttosto che stare lì tanto tempo e senza nemmeno una rete. E la tolleranza di chi anche se non abbocca nulla, dopo aver consumato l’esca, spallucce di entrambi e via, felici e soddisfatti dell’unico pesciolino preso, non senza regalare al mare e agli altri pesci più temerari, quel che resta delle palline di pane.

Un proverbio cinese dice: “Se vuoi essere felice per un’ora, ubriacati. Se vuoi essere felice per tre giorni, sposati. Se vuoi essere felice per un mese, uccidi il maiale e mangialo. Se vuoi essere felice per sempre, impara a pescare”.

E col nonno lui imparò a pescare o, nella peggiore delle ipotesi, a rimanere in piedi e in equilibrio, mentre si pesca, nell’attesa del momento giusto, in cui puntare un piede a mo’ di perno e roteare il corpo in sicurezza per riportare la canna, la lenza, l’amo e la preda in posizione di partenza. Come se ci fosse qualcuno o qualcosa deputato a dare il via per stabilire quale è il giusto momento, come se l’attesa dovesse poi terminare, e le cose o gli eventi dovessero maturare abbastanza da essere pronti per essere presi, vissuti, attraversati o, semplicemente, lasciati andare.

“Peschiamo un sogno e se abbocca lo lasciamo andare” disse il nonno – “ma così lo perdiamo” frignò il nipote – “se non lo tratteniamo, ci apparterrà per sempre” il vecchio replicò. “Se pescassi solo per catturare pesci, i miei viaggi di pesca sarebbero terminati da tempo.” Zane Grey

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