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Storie di vite recuperate

Un giovane ragazzo di nome Francesco, durante lo spettacolo “Una voce per Antonia” di quest’anno, ci ha raccontato la sua “esperienza” con l’anoressia. Ammalatosi da piccolo, a soli tredici anni, nonostante fosse un bambino pieno di speranza, di ottimismo e un’autostima abbastanza alta, si è ritrovato, a causa di atti di bullismo, vicino al baratro. Con tanta sincerità ha ammesso che, per paura, non ha denunciato le umiliazioni che subiva ma le ha tenute per sé, insieme a una “voce” che si è insediata nella sua testa in modo subdolo e meschino. Inizialmente Francesco ha pensato che questa “voce” lo stesse proteggendo, ma in realtà lo stava uccidendo: era la “voce” dell’anoressia.

«Mi ha fatto credere che diventando invisibile, quindi dimagrendo sempre più, tutti i miei dolori sarebbero finiti, perché l’anoressia annulla qualunque emozione, annulla la paura. E io non avevo neanche più paura di morire. Quindi mi sentivo al sicuro, ma in realtà quella gabbia stava diventando una trappola. Era una trappola.

L’anoressia si manifesta in diversi modi ma quello che possiamo vedere subito è che la vita cambia radicalmente. Io ero un ragazzo molto socievole e sono diventato un ragazzo molto introverso. Uscivo quasi ogni sabato sera e ho iniziato a rinchiudermi in casa sia perché non avevo le forze fisiche per affrontare un’uscita, sia perché la mia testa era sempre impegnata in calcoli ossessivi. Ero arrivato a un punto in cui non riuscivo neanche più a vedere un film, perché, mentre mi impegnavo a seguire la trama, a un certo punto mi perdevo nei miei calcoli, oppure nei miei pensieri ossessivi riguardanti il cibo, o anche l’iperattività per cercare di consumare quel poco che mangiavo o semplicemente per cercare dei modi per nascondere alla mia famiglia il cibo, o qualunque altro meccanismo comandato dalla malattia.

La mia fortuna è che vivo in una famiglia di medici, quindi non mi sono trovato mai solo in questa battaglia. Ma mi rendo conto che le persone che non hanno la mia fortuna ad oggi forse sono lasciate fin troppo sole a combattere questo mostro.

La mia famiglia ha cercato di aiutarmi inizialmente portandomi da delle psicologhe private ma io non ho mai collaborato nel percorso terapeutico perché l’anoressia comporta diverse fasi e la prima è la negazione. Io quindi negavo la mia malattia, non riuscivo a rendermene conto. Perché mentre il medico mi diceva “Hai una malattia, devi essere curato”, lei mi rispondeva nella mia mente “Non sei abbastanza grave da essere curato, non sei abbastanza malato”. Ma soprattutto diceva una frase che io sentivo ogni giorno: “Non hai toccato il fondo”. In realtà ad oggi so che “il fondo” nei disturbi alimentari non esiste e che qualsiasi persona inizi ad avere già i primi sintomi è già grave e quindi necessita di un aiuto tempestivamente.

Dopo aver seguito questi percorsi privati abbiamo deciso di rivolgerci al II Policlinico di Napoli, dove qui ho iniziato un percorso contemporaneamente seguito da uno psichiatra e da una nutrizionista. Con la nutrizionista collaboravo perché s’era venuto a creare un rapporto di empatia, mentre con lo psichiatra no. E di conseguenza il mio corpo andava avanti e la mia mente rimaneva indietro e continuavo poi a riperdere il peso che avevo preso. E questo perdere peso e riprendere peso non ha di certo aiutato a livello organico.

Dopo un’ennesima ricaduta, le mie condizioni sono diventate fin troppo gravi per cui abbiamo deciso di iniziare un nuovo percorso. C’è stato suggerito di intraprendere un ricovero in una struttura residenziale, ma non è stato molto semplice perché la struttura si trovava in Toscana e la Regione Campania non mi ha dato il permesso di ricoverarmi fuori regione.

Dopo dure battaglie siamo riusciti ad avere il permesso e sono stato accettato nella struttura. Dal confronto con gli altri pazienti è nata la mia consapevolezza del disturbo.

Nel gruppo “narrativa” lo psicologo ci chiese di scrivere su un foglio tutte le frasi che ci urlava nella testa la malattia. Ricordo che scrissi una lista di diciotto punti di tutte le atrocità che mi diceva nella mente la malattia. Quando le andammo a leggere, tutti insieme, abbiamo notato che tutti noi pazienti, sui fogli, avevamo scritte le stesse cose. A quel punto ci siamo potuti rendere conto che tutti noi nella mente avevamo la stessa malattia e di conseguenza tutti noi eravamo malati ed eravamo tutti lì per essere curati.

A quel punto è nata la consapevolezza della malattia ed è nata in me la speranza di poter ritrovare il mio futuro.

La malattia ci porta a dimenticarci di noi come persone. Io non ero più Francesco, io ero Francesco l’anoressico e per Francesco l’anoressico non poteva più esistere una persona senza la malattia. Io guardavo il mio futuro e non lo riuscivo a immaginare senza i miei calcoli, senza la malattia che mi dava un’apparente tranquillità.

Invece prendendo consapevolezza di avere una malattia, io ho preso anche consapevolezza di potermi costruire un futuro. Decisi di auto-dimettermi perché volevo provarci a camminare verso la vita. Tornato a casa, chiamai autonomamente la terapeuta che mi ha seguito, e iniziare un percorso di cura. Ed è qui è iniziata la mia rinascita.

Questo percorso di cura è stato una delle cose più belle che mi sia capitata ad oggi, perché ho iniziato piano piano a camminare verso me stesso. La prima cosa che ho fatto è stata di riprendere le mie passioni. Ho ricominciato a suonare il pianoforte, ho ricominciato a scrivere, ho iniziato pian piano a prendermi cura di me stesso.

Partendo dall’esterno ho iniziato a capire che io come persona dovevo essere ascoltato prima di tutto da me stesso. Non dovevo più mettermi da parte per dare spazio alla “voce” dell’anoressia ma era giusto che iniziassi a sentire la mia voce.

Con la terapeuta abbiamo iniziato a lavorare soprattutto sul cibo e sul rapporto che avevo con il cibo, quindi ho potuto iniziare a capire quali erano i miei gusti, cosa era per me giusto mangiare, cosa mi faceva piacere mangiare e concedermelo soprattutto.

Partendo dal cibo ho iniziato ad ascoltarmi a 360° e pian piano abbiamo trovato quella chiave che mi ha riportato a darmi la mano.

Con la mia terapeuta ho iniziato ad ascoltare anche le mie emozioni. L’anoressia annulla tutte le emozioni perché tutto è ricollegato soltanto al cibo, mentre invece tutti noi umani abbiamo il diritto di vivere serenamente le nostre emozioni, senza giudicarle e senza giudicarci.

Abbiamo quindi il diritto di essere felici o, qualche volta, di essere tristi. E abbiamo anche il diritto di essere in ansia per l’esame che dobbiamo svolgere. E viverci quell’ansia senza doverla per forza smorzare o attutire. Se in quel momento ci sentiamo in un determinato modo è giusto che viviamo quel momento.

Dopo aver lavorato con le mie emozioni, ho potuto lavorare anche col rapporto con gli altri, con la mia vita e con la vita degli altri. E ho capito che la causa della mia malattia era d’essermi perso. Il non volermi guardare, non voler capire io chi sono. Non sapevo più chi era Francesco, ma, sempre attraverso la terapia, mi sono conosciuto, mi sono soprattutto accettato e ho dato più risonanza alla mia voce, spegnendo quindi quella dell’anoressia.

Sto studiando per diventare un insegnante, un maestro. Spero di guardare il mio futuro come Paolo ha guardato me e ha guardato sempre tutti i suoi alunni.»

di Paolo Massa

*Paolo Massa è sposato con Anna De Angelis, è insegnante e presidente dell’Associazione Artemisia – Una Voce per l’anoressia, organizzazione no profit.

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