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La carrozzina e la prateria

Il vecchio signore in carrozzina che va in Canada a chiedere scusa ai nativi nordamericani, soggiogati, derubati e decimati dai cristiani d’Europa, commuove e consola. Gesto non dovuto, dunque gesto molto voluto. Lascia capire che i tempi del pensiero, quando il pensiero è profondo, sono lunghi, reggono il passo dei secoli, non tengono in alcun conto le convenienze e le piccole ragioni.

Quello del Papa è un omaggio non preteso, non imposto da alcuna agenda politica. Evoca tragedie lontane, consumate, già molto prima del Novecento, nel vortice della smisurata energia, avidità, ambizione dell’uomo bianco in cerca del suo bottino. I morti parevano presenti, nella sconfinata distesa d’erba attorno al Papa in carrozzina. Li si sentiva respirare. I guerrieri come i bambini, come le donne derubate dei figli per “civilizzarli”. Perché proprio così avvenne, e per quella gente la croce e il Winchester furono comunque due strumenti della stessa sottomissione (che è l’esatto contrario, lo ha detto il capo della Chiesa, dell’evangelizzazione).

Quanto al vecchio, la sua immobilità, in quegli immensi spazi, non gli è stata d’impiccio. Chinava la testa, ornata di penne alla maniera degli “indiani”, e chiudeva gli occhi. Negli scampoli di telegiornale dedicati a quel viaggio, schivando le tonnellate di notizie elettorali, di facce di politici intenti a dire “io”, di altre vecchiaie assai meno decorose, ci è sembrato che quella carrozzina appartenesse alla prateria, e il suo cavaliere conoscesse il suono del vento e del galoppo.

Fonte: Michele Serra – La Repubblica

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