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Dimmi come preghi e ti dirò a chi ti stai rivolgendo!

Commento al Vangelo Lc 11,1-13

Nel cuore dell’estate non poteva mancare, durante il cammino di discepolato, un tema fondamentale: la preghiera. Proprio mentre erano in cammino, i discepoli pongono questa domanda a Gesù: “Insegnaci a pregare come Giovanni ha insegnato ai suoi”. Era normale al tempo di Gesù che i rabbini insegnassero delle “formule” di preghiere. Oltre la preghiera liturgica e devozionale che ogni pio ebreo doveva fare, era solito che i rabbini insegnassero un modo personale di accostarsi alla preghiera. Il brano del vangelo di questa domenica inizia con una espressione bellissima: “Gesù si trovava in un luogo a pregare”. È solito per Gesù fare questo. Lo troviamo di notte a pregare, prima di prendere una decisione importante, al termine della sua agenda quotidiana.

Gesù oltre la preghiera sinagogale e quella devozionale ha un rapporto particolare con la preghiera personale. La domanda dei discepoli nasce proprio dal vedere Gesù come prega! Nasce da questa esperienza personale di Gesù con la preghiera! E questo è vero anche per noi! La preghiera, se è vera preghiera, affascina, prende, carpisce il cuore e lo sguardo. Quante persone sono rimaste affascinate, rapite da alcune esperienze di preghiera! Possiamo solo immaginare la postura, lo sguardo, il viso di Gesù mentre pregava. E tutto questo ha rapito i discepoli facendo nascere in loro la voglia di pregare! Si, la preghiera ha questa forza: se è vera, fa venire agli altri la voglia di pregare! Certe espressioni di preghiera invece non sanno più di nulla, purtroppo. La preghiera affascina soprattutto perché mostra a chi ti stai rivolgendo. E il cuore di questo vangelo sta proprio in quella parola “Padre”.

A volte certe maratone di preghiera, certe preghiere scritte, certi modi convulsivi di pregare non mostrano il padre, ma un padrone, uno di cui temere, uno che retribuisce a seconda se preghi o non preghi. Ancora oggi le nostre preghiere hanno bisogno di tanta purificazione perché non si rivolgono a un padre ma a un dio che ci siamo costruiti con le nostre mani a nostra immagine e somiglianza. Purtroppo le nostre preghiere mostrano un Dio tutto diverso. Gesù ci dice che ci rivolgiamo a un Padre. Si, un padre, come quel padre che aspetta il figlio che ritorna, il padre che non ha paura che i figli non abbiano capito nulla di lui, ma che fa festa perché essi sono con lui; quel padre che costruisce la vigna mettendo tutto il necessario perché porti frutto; quel padre che aspetta i tempi dei suoi figli; quel padre che sa di cosa i figli hanno bisogno ma che fa dono loro della libertà. Purtroppo facciamo fatica a rivolgerci a Dio come padre perché abbiamo perso questa esperienza di paternità. C’è grande crisi di paternità. Gesù ci dice che ciò che stai per chiedere, lo chiedi a un padre/madre, a qualcuno che dice che ti ama, a qualcuno che sa ciò di cui hai bisogno perciò non vai lì a fare la lista della spesa, ma vai lì a mettere la tua vita alla luce di ciò che Dio dice.

La preghiera diventa allora non come dire, cercare di convincere, di corrompere qualcuno di più potente che potrebbe farmi un favore, ma lasciarsi davvero conquistare dalla bellezza di Dio che ci porta in una dimensione che mai avremmo immaginato. Infatti, nella preghiera del padre nostro, Gesù ci indica l’essenziale cioè non poche cose ma il necessario che racchiude sia la parte spirituale che la parte materiale. Le richieste del padre nostro raccolgono quelle cose necessarie perché l’uomo viva bene, l’uomo viva sereno e che viva sentendosi amato! La confidenza di Abramo nella prima lettura aggiunge un altro tassello alla preghiera: pregare con confidenza! In che rapporto sei con Dio? Una persona che chiede solo i fatti suoi senza avere relazione con un’altra persona come può pretendere di ottenere? Gesù ci dice che questo padre non bisogna aver paura di disturbarlo come quel tale che riceve degli amici, ha finito le scorte nella dispensa e va dal vicino per chiedergli qualcosa per non fare brutta figura.

Pensate la scena: questo che insiste per non fare brutta figura e questo vicino glielo da. Perché glielo da? Perché c’è un rapporto di amicizia profonda, intima, un po’ come quello che c’è nella bellissima e misteriosa pagina della prima lettura, quando questo Dio che si è alleato con Abramo, dopo essere tornato a Mamre per confermargli la nascita del figlio Isacco, decide di raccontare ad Abramo ciò che sta per fare cioè di abbandonare Sodoma e Gomorra alla loro violenza, di abbandonarle a loro stesse. Abramo in quella confidenza comincia a contrattare ribaltando la prospettiva di Dio. La preghiera ha frutto perché nasce dalla confidenza, dalla relazione con Dio e non usando Dio per i propri comodi. Infine Gesù ci dà un’ultima indicazione per la preghiera: dobbiamo chiedere, certo, ma chiedere anche le cose a cui teniamo, le cose belle, alte intendo dire, mentre probabilmente per passare il compito di matematica basta studiare un po’, non c’è bisogno di coinvolgere Dio! I padri danno cose buone ai figli, non accontentano i loro capricci. E così per la preghiera.

C’è bisogno di preghiera certamente per santificami, per cambiare prospettiva, per perdonare, per superare i propri limiti. Per questo si prega, queste sono le cose alte! Gesù ci dice che è questo il padre a cui ti rivolgi. Chissà se in questa settimana riusciamo a recitare un Padre nostro con questo spirito. Voglio concludere con questa riflessione: nella mia vita da ragazzo ho chiesto tantissimo e devo dire anche con fede, e quasi mai ottenuto ciò che ho chiesto; però a distanza di anni, guardandomi indietro, riconosco che ho ottenuto tutto ciò che veramente desideravo e che magari io per primo non mettevo a fuoco. Questo è qualcosa che mi rallegra e mi rasserena. In questo tempo di relax, per chi può, si possa riscoprire la bellezza del volto del Padre con una vita di preghiera bella, sana e feconda.

Buona settimana!

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