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Dare testimonianza sempre

«Nel corso della discussione di Gesù con Pietro (21,15-23), troviamo due passaggi che riguardano precisamente la vecchiaia e la durata del tempo: il tempo della testimonianza, il tempo della vita. Il primo passo è l’avvertimento di Gesù a Pietro: quando eri giovane eri autosufficiente, quando sarai vecchio non sarai più così padrone di te e della tua vita. Dillo a me che devo andare in carrozzina, eh! Ma è così, la vita è così: con la vecchiaia ti vengono tutte queste malattie e dobbiamo accettarle come vengono, no? Non abbiamo la forza dei giovani! E anche la tua testimonianza – dice Gesù – si accompagnerà a questa debolezza. Tu devi essere testimone di Gesù anche nella debolezza, nella malattia e nella morte.

C’è un passo bello di Sant’Ignazio di Loyola che dice: “Così come nella vita, anche nella morte dobbiamo dare testimonianza di discepoli di Gesù”. Il fine vita dev’essere un fine vita di discepoli: di discepoli di Gesù, perché il Signore ci parla sempre secondo l’età che abbiamo. L’Evangelista aggiunge il suo commento, spiegando che Gesù alludeva alla testimonianza estrema, quella del martirio e della morte.

Ma possiamo ben intendere più in generale il senso di questo ammonimento: la tua sequela dovrà imparare a lasciarsi istruire e plasmare dalla tua fragilità, dalla tua impotenza, dalla tua dipendenza da altri, persino nel vestirsi, nel camminare. Ma tu «seguimi» (v. 19). La sequela di Gesù va sempre avanti, con buona salute, con non buona salute, con autosufficienza e con non autosufficienza fisica, ma la sequela di Gesù è importante: seguire Gesù sempre, a piedi, di corsa, lentamente, in carrozzina, ma seguirlo sempre.

La sapienza della sequela deve trovare la strada per rimanere nella sua professione di fede – così risponde Pietro: «Signore, tu lo sai che ti voglio bene» (vv. 15.16.17) –, anche nelle condizioni limitate della debolezza e della vecchiaia. A me piace parlare con gli anziani guardandoli negli occhi: hanno quegli occhi brillanti, quegli occhi che ti parlano più delle parole, la testimonianza di una vita. E questo è bello, dobbiamo conservarlo fino alla fine. Seguire Gesù così, pieni di vita». Con queste parole Papa Francesco continua instancabile le sue catechesi sul tema della vecchiaia, tempo della vita in cui si raccoglie ciò che è stato seminato, ma anche tempo in cui si riconosce ciò per cui veramente vale la pena di continuare a vivere, nonostante gli ostacoli della malattia, della debolezza, delle varie fragilità, sin anche il tempo di accettare il sopraggiungere della morte, che non toglie affatto dignità ad una vita vissuta per amore di Dio.

Il Poverello d’Assisi ha tanto amato il Signore Gesù che viene ricordato per questo da alcuni suoi frati che sono diventati in seguito i suoi fedeli biografi, tanto da tramandare con i loro scritti la grandezza del santo. Ricordiamo Tommaso da Celano che scrisse sia La Vita Prima che La Vita Seconda del santo d’Assisi. In conclusione della seconda parte della Vita Prima il biografo Tommaso conclude i suoi scritti con una preghiera accorata rivolta al Serafico Padre: «Ecco, o padre santissimo e benedetto: ho cercato di accompagnarti, come era doveroso, con lodi che fossero degne di te, benché in una maniera veramente insufficiente, ed ho scritto narrando qualcosa della tua vita. Ricordati, o pietoso, dei tuoi poveri figli, ai quali non resta quasi più alcun conforto ora che sei scomparso tu, che eri l’unico loro sostegno.

Poiché sebbene tu, che di loro sei la parte più nobile e principale, sei ammesso tra i cori angelici e collocato sul trono glorioso degli apostoli, essi invece giacciono ancora nel fango, come chiusi in un carcere oscuro; essi ti supplicano gementi: “Mostra, o padre, al divin Figlio del sommo Padre le venerande stimmate di lui che tu hai sul costato; mostra i segni della croce nelle tue mani e nei tuoi piedi, perché egli stesso, a sua volta, si degni misericordiosamente di mostrare le sue ferite al Padre, il quale certamente a quella vista sarà sempre benigno con noi miseri! Amen. Fiat! Fiat!”».

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