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Segni della Gerusalemme celeste

Commenti al Vangelo Gv 11,23-29

San Giovanni, nella lettura dell’Apocalisse che abbiamo meditato oggi, immagina la Gerusalemme celeste che scende dal cielo da Dio, vestita come una sposa, con dodici porte, tre per ogni lato, perché tutti possono accedere da qualunque parte; dodici come il numero degli apostoli, ma dodici nel senso della pienezza perché dodici sono i mesi dell’anno.

È un’immagine di chiesa bellissima, una chiesa trasfigurata, una chiesa che accoglie, una chiesa che è un baluardo per chi cerca pace, gioia e serenità; e poi quando guardo le nostre parrocchie che faticano un po’, quando guardo i nostri parroci spesso scoraggiati, a volte non vedo questo volto bello di sposa ma forse un po’ arcigno; meno male che leggendo gli Atti degli Apostoli mi rendo conto che è così da sempre.

Esiste un problema molto forte all’interno della prima comunità, cioè come devono essere considerati i pagani che vogliono essere battezzati. Paolo e Barnaba, lo sappiamo, hanno fatto la loro scelta spinti dallo Spirito, ma c’è una forte resistenza all’interno della chiesa di Gerusalemme; all’interno della Chiesa stessa ci sono distinzioni, divisioni e lo stiamo vedendo ancora oggi con questa imbarazzante e poco edificante visione di alcuni.

È in questo contesto che la parola ascoltata in questa sesta domenica di Pasqua è una parola incoraggiante, straordinaria, una parola di consolazione, una parola in cui Gesù Risorto dice a noi suoi discepoli, dopo averlo detto a Pietro e a Giuda, che la sua gloria consiste nell’amare, chiarisce nuovamente cosa significa essere veramente discepoli. La prima cosa che Gesù ci chiede è quella di dimorare, abitare, abitare la sua parola, abitare il suo messaggio, abitare la sua presenza; mi piace questo.

Dimorare significa stare continuamente, non qualcosa di saltuario, ma stare li dentro sempre. Allora è tutta un’altra cosa se meditiamo la parola, se ascoltiamo la parola, se cerchiamo di condividere i doni che abbiamo, se incontriamo persone che volentieri hanno ripreso in mano la parola di Dio e la approfondiscono e cercano di farla vibrare. Se succede tutto questo è esattamente perché noi percepiamo che all’interno di quella parola letta, all’interno del cammino ecclesiale, frequentare questa parola significa entrare in una dimensione diversa.

La fede non è una cosa da cinquanta minuti a settimana, la fede non è soltanto il segno di croce la sera, la fede non è neanche avere certe idee di certe posizioni politiche o sociali o certi sentimenti, certe emozioni; la fede è un cambiamento totale e radicale, è quello che dice il profeta Ezechiele un trapianto cardiaco, è l’espianto di un cuore di pietra e l’immissione di un cuore di carne. Questo siamo chiamati a fare per sperimentare la gioia che viene dal Signore risorto.

Dunque la prima cosa da fare è dimorare, come? Ascoltando la parola, partecipando all’Eucaristia, vivendo una vita sacramentale con il perdono e la riconciliazione, con una vita di preghiera personale, con una vita di preghiera comunitaria, con un’azione della carità, con un servizio alla comunità. La dove la parola ti contagia è come un tumore al contrario, sana, fa arretrare le cellule morte della nostra anima per contagiare il nostro pensiero, facendo diventare i nostri pensieri quelli che furono di Cristo Gesù come dice San Paolo.

Il discepolo è colui che dimora nel Signore, ma il discepolo è colui che ricorda, che fa memoria. Gesù dice che ci ha dato tutto, cioè che lui ci ha detto tutto quanto ci doveva dire, che la rivelazione è chiusa e si è conclusa con la morte dell’ultimo degli Apostoli.

Quindi non c’è bisogno di rivelazioni private o di presunti o sedicenti nuovi apostoli e profeti che ci vengono a raccontare cose che già sappiamo, che è già detto; Lui ha detto tutto ma noi non abbiamo colto tutto. A partire da quello che Gesù dice, diventa poi difficile e impegnativo in certi momenti ed è anche una prova per la chiesa, capire e scoprire che cosa significa quello che Gesù ha detto, applicare quella parola, quel gesto concreto.

Certo, ma cosa significa in situazioni delicate in cui la malattia, lo scoraggiamento toccano la vita, la pelle delle persone? Annuncia il Vangelo, certo, ma cosa significa questo nell’organizzazione concreta delle nostre comunità? Che impatto ha sulla pastorale, sugli orari dei catechismi, sullo stile del modo celebrativo? Ecco questa è la fatica che noi facciamo, cioè il ricordare questa parola applicata alla nostra vita. Gesù ha detto e dato tutto, ma noi ancora non abbiamo capito tutto sia come comunità cristiana, ecclesiale sia come singole persone.

Ecco allora che è indispensabile il dono dello Spirito Santo, il vivificatore, colui che rende vive parole morte, colui che ci permette di spalancare il nostro cuore alla luce della pienezza dello Spirito. Sì, il ricordo è dono dello Spirito. Il ricordare non è come quando non ti ricordi dove hai messo le chiavi, no, ma è un ricordo vivificante, come ti ricordi il momento in cui hai dato il primo bacio, ti ricordi il momento in cui per la prima volta hai sentito la presenza di Dio, ti ricordi il momento in cui hai scoperto qualcosa di magnifico nella tua vita; in questo senso è il ricordo. Ma non è finita.

Il discepolo vive un’esperienza di pacificazione interiore; la pace che porta Cristo non è l’assenza di guerra, ma è un valore enorme da condividere con i fratelli non credenti, per cui combattiamo con le armi pacifiche dell’amore, del dialogo, del perdono, per arrivare ad un’umanità che non sia conflittuale, violenta, per eliminare, estirpare il cancro demoniaco della guerra e dello scontro che viviamo. Alcuni dicono che è inevitabile, che è sempre stato così; appunto, facciamo la storia nuova, facciamola a partire da quello che siamo noi, dalle tante piccole guerre quotidiane e meschine che facciamo con i vicini, con chi abbiamo davanti in automobile, nelle parrocchie addirittura, nelle parole, sui social.

La pace che porta Gesù è completamente diversa. È la pace di chi si sente amato, di chi non ha bisogno di nemici per vivere, di chi sa che siamo tutti fragili viandanti e che perciò momenti di fatica, di incomprensione sono inevitabili all’interno del nostro cammino. La pace che dona il Signore è una pace che contagia. Pacificare il cuore vuol dire sapersi perdonare, sapersi amare, sapere riconoscere, chiamare per nome e cognome le proprie ombre.

Se dunque sappiamo essere una comunità e delle persone che dimorano con Cristo Risorto, se abbiamo il coraggio di vivificare, di ricordare grazie allo Spirito le parole che scrutano, illuminano la nostra giornata, se questa cosa ci da la gran pace perché ci sentiamo amati nonostante i nostri limiti, nonostante il nostro carattere e le vicende della vita, se sappiamo accogliere quello che accade intorno a noi, se accade questo, possiamo essere in qualche modo la sposa che scende dal cielo. Siamo chiamati a essere profezia per il mondo, spiegare al mondo che è possibile amare, che possibile amarsi.

Allora anche le dispute, anche le tensioni all’interno della prima comunità che già esistevano, vengono risolte alla luce dello Spirito nel Concilio di Gerusalemme in cui, dopo un aspro, acceso e rispettoso dibattito, viene deciso “lo Spirito Santo e noi” di non imporre nulla ai fratelli pagani che hanno accolto il Vangelo dalle labbra di Barnaba e Saulo. Sia così nella nostra chiesa, evitiamo polemiche inutili, evitiamo di essere contagiati dalla logica di questo mondo per entrare invece nella logica dello Spirito e invochiamo questo Spirito Santo che verrà.

Buona domenica!

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