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Rallegratevi, scrutate, contemplate, annunciate – 2a parte

Abbiamo la nostra relazione con Dio. Dio è Dio e noi non siamo Dio, siamo più piccoli e possiamo comportarci da più piccoli, però davanti al fratello e alla sorella non è facile perché lui/lei è uguale a noi, ha la stessa dignità che ho io. E essere più piccolo davanti a lui è un problema. Diventa piccolo davanti a lui/lei soltanto chi lo ama. Lui vuol parlare, io per amore, non per sopportazione, lo ascolto. Lui vuole avere ragione, se non è peccato, io posso cedere il mio punto di vista per non perdere la comunione.

Dopo potrò tornare a dire quello che mi sembra venga da Dio, ma faccio spazio all’altro. Io sono uomo, ma non escludo la donna. La integro nella mia esperienza perché ho imparato ad aprirmi ai suoi valori, a camminare con lei nella vita con la stessa dignità. Questa storia di fuggire l’uno dall’altro perché l’uno è pericoloso per l’altro, è una distruzione del Vangelo. Non siamo più capaci di manifestare un sentimento. Fuggiamo da tutto. Abbiamo le nostre abitudini a volte strane. Diventare dunque piccoli per amore e fare come il Signore: offrire salvezza, offrire amore.

Tutta questa strada del sacrificio fatta per distruggere la nostra parte umana, alle volte, è completamente inutile perché non distrugge la nostra volontà di potere di essere quelli che sono capaci di dominare anche i propri sentimenti. Questo non serve. Non sei tu al centro, Dio è al centro. Bisogna mettere Dio al centro. Il sacrificio di Gesù è perché Lui ci ha amato fino alla fine, ha donato la vita. Non il contrario. Tutto questo è semplice e vitale.

Oggi dobbiamo fare:

  1. una nuova sintesi, una sintesi di vita, una sintesi vitale, gioiosa, e comporre in questa sintesi le nostre diversità individuali per dare consistenza alla vita fraterna in comunità. Siamo malati di vita fraterna.
  • Dobbiamo poi aprire spazi di ascolto con più tempi di dialogo interpersonale, con quelli che Dio ci mette accanto, non solo quelli della nostra cultura, per superare questo rimanere nelle apparenze e nella superficialità. Avere più tempo. Questa settimana sono stato tre ore zitto ad ascoltare una suora, ma ho recuperato una sorella con la quale possiamo camminare più insieme nella vita spirituale. Lei era molto delusa. Io pensavo che era inutile ma questo era il mio uomo vecchio, non era il Signore. Lei ha sentito che l’ho ascoltata col cuore.
  • Uscire poi dai protagonismi culturali: la mia sorella che è di un’altra cultura è al mio pari. Non esiste una cultura che è al di sopra delle altre. La cultura è l’identità di un popolo. Non posso dire la tua cultura deve diventare la mia. Le culture però più si avvicinano al Vangelo e più si avvicinano tra loro. Il Vangelo è il denominatore comune, non è una cultura sopra un’altra.
  • Rieducarci ad un affetto vero verso i fratelli e le sorelle nelle comunità, e tra i consacrati e le consacrate. Non aver paura di avere amicizie tra noi. Bisogna avere la delicatezza di scoprire nell’altro la parte diversa di me. Ricordare che solo noi maschi o solo voi femmine non rappresentate l’umanità. L’umanità si rappresenta insieme perché Dio ci ha creati uomini e donne. Se i consacrati separano gli uomini e le donne creano malattia. Bisogna andare avanti insieme. Bisogna conservare la prudenza, si, ma non allontanarci per paura o per superiorità. Rispettarci. Uno è più affettuoso, l’altro meno, ma rispettarci.   
  • Amare con grande apertura i carismi degli altri nella Chiesa come pagine diverse dell’unico Vangelo di Gesù e costruire insieme queste pagine più belle ancora nella comunione. Dobbiamo rompere questo modo di escludere gli altri. Insieme tutti, senza perdere la nostra identità.
  • Sostituire le dannose esperienze di autorità e potere, presenti ancora in molti dei nostri superiori e superiore, in esperienze gioiose di autorità a servizio, frutto di una vita fraterna convinta e solida. Bisogna avere il coraggio di cambiare. Bisogna cambiare.
  • Ritornare all’obbedienza come quella di Gesù che ha tutta la fiducia nel Padre. Un’obbedienza fiduciosa. L’obbedienza silenziosa non è obbedienza, ma paura, è masochismo. Essere sinceri nel dire ciò che non va. E se ti manda via, tu sei con il Signore: questo basta. Forse non hai bisogno del superiore o della superiora ma del Signore sì. Ascoltare lo Spirito Santo e comunicare, senza paura, ciò che viene da Dio. È diversa questa obbedienza coraggiosa. Cambia moltissimo.
  • Inserirsi bene nella vita ecclesiale in cui siamo noi.  

Il prefetto ha poi risposto alle domande dei presenti. Il papa – ha aggiunto – guardando la figura del vecchio Simeone nel tempio dice: ha atteso tutta una vita ma poi ha preso il Signore, cioè la realizzazione delle promesse, nelle sue mani, nelle sue braccia. Noi ora siamo in un momento difficile, pieno di croci. Quello che c’era non c’è più, quello che noi volevamo non c’è ancora e siamo in questa sofferenza nel generare qualcosa: bisogna rimanere fedeli. Il carisma non è nostro, è di Dio. Il carisma è chiamato a non morire, anche se alcuni muoiono. Ma se muoiono perché lo vuole Dio va bene. Se noi lo uccidiamo, è il problema. Bisogna attendere la manifestazione del Signore. Lui si manifesta sempre.

Il decano ha ripreso il discorso della coessenzialità, cioè la tensione che c’è tra carismi e gerarchia all’interno della Chiesa dicendo che se andiamo però a leggere gli Atti degli apostoli ci accorgiamo che in realtà non c’è quella separazione netta che è avvenuta storicamente. E ha chiesto un approfondimento.

Il cardinale Braz De Aviz ha detto che dobbiamo superare una mentalità antica: i due sensi.

1) Camminare indipendentemente dalla gerarchia, soltanto guardando alla vita del carisma: questo non va, è un club! Questa è una o.n.g., non di più.

Chi è Chiesa appartiene a tutto il Corpo. Questa dimensione è importante per noi. Abbiamo dimenticato che tutti i beni dei consacrati sono beni della Chiesa, non di un gruppo. Bisogna aprirsi… aprirsi… certo, non sempre si rispetta completamente questo cammino di libertà del carisma, ma adesso bisogna che cerchiamo realmente questo equilibrio per essere Chiesa.

2) Nessun carisma deve essere escluso. Più siamo divisi, più il Vangelo non serve più. Dobbiamo integrare tutta la bellezza della Chiesa. Più saremo uniti, più verrà fuori questa testimonianza della bellezza di Dio davanti all’umanità.

di Marilena Siciliano (Ordo Virginum) – Angela Di Scala

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