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Tra umano e disumano: andare oltre l’afasia

Timidamente avanzo un appunto sul quale lavorare: questo dispiegarsi del capitalismo politico si confronta nei tre modelli geo-economici: americano, cinese e russo. Non pare esserci dubbio che l’invasione dell’Ucraina confine d’Europa acceleri la formazione di un capitalismo politico europeo, con tanto di stanziamenti di bilancio per il riarmo, che accelererà il divenire di un’Europa dall’alto, con continue crisi e salti dei processi democratici, che poi a ben vedere è la cifra che caratterizza il capitalismo politico. Fibrillazioni che ridisegnano lo spazio globale, basti pensare alla Turchia o all’India, alla ricerca di ruoli in una globalizzazione senza più impero. 

Da oltre un decennio la globalizzazione soft dei mercati si è fatta hard con tanto di “terza guerra mondiale a pezzi”, come aveva profeticamente detto il Papa. Oggi uno di questi pezzi riappare là dove la seconda si era conclusa a monito per l’umano.

Monito della storia di fronte al quale l’umano di oggi appare prostrato, silente, senza voce; proprio in quei luoghi attraversati dai nostri padri nell’esodo dalla guerra, in quei luoghi che ricordano lo sterminio e la shoah e il genocidio nella non lontana Armenia sembra che l’umano abbia perso la memoria.

Ma ammesso e non concesso questo dilagare dell’internazionale dell’indifferenza, che per ciò che riguarda Putin, primo responsabile nell’avere valicato i confini territoriali ed il confine della guerra, è ancor più grave pensando ai milioni di morti del popolo russo della seconda guerra mondiale (in Russia chiamata guerra patriottica), continuo a chiedermi perché non prevalga la parola pace, almeno di fronte alle catene di immagini della vita nuda dei profughi.

Quale apocalisse culturale ci ha così prostrati da essere proni e disponibili ad alimentare guerra sul terreno? Forse perché siamo convinti che ormai ebbri di finanzcapitalismo a noi basta fare la guerra con i soldi ai soldi attraverso le sanzioni, indifferenti a nostra volta sul come ed a chi cadranno in testa come bombe nel vivere quotidiano? Eppure, a proposito di apocalisse nel salto di secolo, non bastasse la memoria del ‘900 abbiamo scavallato il secolo con l’11 settembre della comunità maledetta del sangue e delle religioni volata nel cielo per portare la guerra cui hanno fatto seguito le guerre per “esportare la democrazia”.

Siamo poi giunti sull’orlo del baratro interrogante della crisi ecologica per ragione sul come contenere e cambiare i flussi che impattavano nei territori, che mangiavano la terra, che estraevano risorse nell’epoca dell’antropocene.

La nostra generazione, qui era arrivata cercando di mettersi in mezzo tra i flussi e i luoghi; quelli della finanza, delle transnazionali, delle reti hard e soft, delle internet company. Sempre cercando, per dirla con Paul Ricoeur, di decodificare e mettersi in mezzo alla bulimia dei mezzi che produce l’atrofia dei fini.

Nel cercare di mettersi in mezzo per cambiare ci è venuto dentro, non solo nei luoghi ma dentro i nostri corpi, il flusso della pandemia con la sua carica virale della distanza fisica che si è fatta distanza sociale codificata dallo stato di emergenza.

Così si è fatto avanti, per paura del corpo malato, il virus dell’immunitas rispetto alla communitas, tant’è che scrivevo e teorizzavo la necessita di ricostruire una comunità larga per fare esodo ed attraversare il deserto. Ed ora come ultimo flusso, capace di piegare quelli delle economie, compresa quella del metaverso, irrompe quello della guerra nel suo imporre la continuità, come ci fossimo abituati, tra stato di emergenza e stato di eccezione.

Non pieghiamoci: la guerra con il suo immunizzarci nella logica binaria amico-nemico si può fermare solo ricostruendo, mettendo in mezzo tra l’umano e il disumano le forme di convivenza, ripartendo dal fare communitas delle forme di convivenza… e poi speriamo.

Fonte: Aldo Bonomi – Vita.it

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