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Il diritto di asilo in tempo di guerra

Accoglienza e protezione dei profughi: la crisi ucraina e le scelte umanitarie in una nuova visione giuridica

“Il diritto di asilo in tempo di guerra. L’esternalizzazione dei controlli alle frontiere o della protezione internazionale?” è stato il tema di un confronto tra magistrati, esperti di problemi dell’emigrazione, responsabili di associazioni di soccorso, e avvocati, che hanno dibattuto l’8 e il 9 aprile, presso la sede di Sant’Egidio a Roma. Organizzato da “Area democratica per la giustizia”, componente del Consiglio superiore della magistratura, il convegno ha potuto essere un momento di analisi critica e di valutazione severa delle politiche portate avanti dall’Unione europea e dai singoli Paesi membri, a partire dalla scelta di esternalizzare i confini a Paesi terzi (Turchia, Libia, Niger, per esempio) per l’accoglienza e la gestione dei rifugiati.

Secondo Maria Cristina Ornano, magistrato del Tribunale di Cagliari, “la vicenda dell’Ucraina ha dimostrato che una risposta, di fronte a un problema enorme quale sono 3-4 milioni di persone che si spostano rapidamente dal proprio Stato in un altro, e diventano quindi profughi da un giorno all’altro può avere una risposta in termini di solidarietà e accoglienza. Perché questa è stata la risposta messa in campo con l’attuazione, finalmente, della direttiva sulla protezione temporanea del 2001, che in precedenza l’Unione europea e gli Stati membri, in particolare alcuni, non avevano mai voluto applicare pur a fronte di crisi umanitarie gravissime, come da ultimo quella dell’Afghanistan a seguito del ritiro dei militari statunitensi dal Paese asiatico”. Non è difficile quindi anche pensare al problema dei due pesi e delle due misure, che rendano più semplice l’accoglienza e la sistemazione di profughi provenienti da un Paese invece che da un altro: “In realtà si deve superare il tema della differenza di origine del rifugiato richiedente asilo, perché è possibile pensare a politiche che si muovano nel solco della solidarietà e dell’accoglienza a condizione che noi facciamo un salto culturale, cioè abbandoniamo l’impostazione securitaria, orientandoci decisamente verso un’altra linea e un’altra filosofia che è quella della sicurezza sociale e della integrazione. E questo avviene pensando ai bisogni delle persone che devono cercare soccorso, che son costrette ad abbandonare il loro Paese ma anche pensando ai nostri Paesi nei quali abbiamo bisogno di questa integrazione anche dal punto di vista del lavoro”. Quello che si prospetta, con l’attuazione della direttiva sulla protezione temporanea è un salto culturale che si può e si deve fare: “le disgrazie, purtroppo, portano anche visioni nuove e opportunità inattese – dice Ornano – e la vicenda dell’Ucraina, a meno di non voler ammettere la realtà, amplifica questi temi che sono così importanti, perché riguardano la vita delle persone, sono basilari, perché se la politica non saprà assumersi la responsabilità di cambiare passo rispetto alle politiche migratorie che si sono sin ora prodotte, per chi viene dal Sud del Mondo la risposta sarà intrisa di razzismo”.

Da diversi relatori, sottolinea il magistrato del tribunale di Cagliari, è venuto sempre il richiamo alla necessità di azioni immediate e di ampio respiro, perché, ormai, tutti questi anni in cui l’Unione Europea ha sviluppato progetti comuni e bilaterali di esternalizzazione dei confini per l’accoglienza, hanno portato a non voler realmente affrontare il tema delle migrazioni, che invece sono continuate attraverso i flussi balcanici, mediterranei, africani, rendendo il fenomeno strutturale e non emergenziale.

“Queste politiche si sono manifestate fallimentari sul terreno del contenimento delle migrazioni – ribadisce Ornano – e hanno creato, invece, canali sempre più robusti e lucrosi per i trafficanti degli esseri umani e i canali delle migrazioni illegali, ampliando la clandestinità e l’illegalità, costringendo le persone a vivere in condizioni atroci, in quanto coloro che vengono intercettati dai Paesi terzi che noi abbiamo delegato a svolgere i controlli alle frontiere, si trovano costretti in condizioni disumane, internati in centri di cosiddetta detenzione amministrativa dove si trovano minori, bambini, persone che non hanno commesso reati e non ci sono motivi perché siano rinchiuse in questi campi dove vivono in condizione di sospensione, senza diritti, esposti a ogni forma di violenza, atrocità”.

Allora a fronte di tutto questo, dobbiamo renderci conto che sul tema dell’esternalizzazione stiamo pagando un prezzo troppo alto: “anche economico perché i fondi dedicati sono deviati da fondi e risorse che risultano a fondo perduto, non tracciabili e che finiscono per esser destinati, in realtà, ad alimentare quei conflitti che vorremmo fronteggiare o risolvere”.

Fonte: Massimo Lavena – Sir

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