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Il colloquio tra Francesco e Kirill e quel viaggio a est del 1992

La lezione di Dossetti, missionario Emiliano a Zhytomyr

“Quello tra Papa Francesco e il patriarca Kirill è stato un colloquio straordinario, a quasi sei anni dall’ultimo, l’incontro a Cuba del 2016; ora bisogna far sì che quella frase, ‘la Chiesa non deve usare la lingua della politica ma il linguaggio di Gesù’, diventi un impegno condiviso e concreto”. A parlare con l’agenzia Dire è don Giuseppe Dossetti, parroco di San Pellegrino e del Buon Pastore, da 40 anni presidente della onlus Centro di solidarietà di Reggio Emilia. È il nipote di un italiano illustre, un altro Giuseppe Dossetti, partigiano, poi padre costituente, infine monaco in Terra Santa. Lui, il sacerdote, che prima di prendere i voti ha lavorato in fabbrica, ha 79 anni. Gli parliamo di ritorno dall’Ucraina, dopo un viaggio che ha preceduto di pochi giorni l’inizio dell’offensiva militare russa del 24 febbraio. Le conversazioni in realtà sono tre. Differenti tra loro perché bastano pochi giorni, con oltre tre milioni di profughi che hanno già lasciato l’Ucraina, a cambiare tutto.
L’ultima telefonata segue il videocollegamento di mercoledì 16 marzo tra Francesco e Kirill. “Il papa mostra di voler parlare con tutti, senza schierarsi ma allo stesso tempo dando un giudizio netto sulla guerra” sottolinea don Dossetti. “La sua forza spirituale è stata riconosciuta dal patriarca, che pure evidentemente non ama l’Occidente”. Il riferimento è anche a un sermone pronunciato nella cattedrale di Cristo salvatore a Mosca il 6 marzo, nella domenica del Perdono. Dopo l’inizio dei bombardamenti russi, Kirill aveva denunciato “il mondo del consumo eccessivo e della libertà apparente” e i “tentativi di distruggere ciò che esiste nel Donbass, dove c’è un rifiuto di fondo dei cosiddetti valori che oggi vengono offerti da chi rivendica il potere mondiale”.
Don Dossetti riparte da quelle parole. “Quando dice che l’Occidente è il consumismo, il patriarca si esprime in maniera rozza e rivela anche una debolezza, ma un esame di coscienza dovremmo farlo” sottolinea. “Questi cittadini ucraini in fuga dalla guerra adesso sono un banco di prova”.
La prima conversazione con il sacerdote risale a qualche settimana fa. E le domande riguardano anche una piccola storia riscoperta nella città di Zhytomyr, cuore della diocesi cattolica di rito latino più a oriente d’Europa, dove ancora in queste notti sono cadute bombe. Al telefono don Dossetti ricorda un viaggio del 1992, dopo la caduta del Muro di Berlino: “Ero soprattutto curioso di sapere cosa ci fosse, dietro quel Muro”. Insieme con Sofia Beliak, una prigioniera di coscienza scarcerata ai tempi della perestrojka dopo essere stata condannata a dieci anni da un tribunale sovietico, il parroco ha fondato proprio a Zhytomyr la Scuola ucraino-italiana. “Era il 1994”, dice. “Sofia sognava potesse nascere una generazione nuova”. Anche grazie alle donazioni dei parrocchiani dell’Emilia, l’istituto è divenuto sempre più grande. Prima del 24 febbraio scorso, quando l’abbiamo visitato, era frequentato da 200 ragazzi e offriva anche corsi di sostegno per oltre 20 alunni con disabilità. Oggi ci risponde con un messaggio sui social l’insegnante di italiano, Natalya Nagalevska, che ha aiutato ad allestire il rifugio antiaereo della scuola. “La sera arrivano da tutto il quartiere” scrive, riferendo dei bombardamenti in centro città e nella zona industriale, in corso anche mentre Kirill teneva il suo sermone.
Torniamo a interrogare don Dossetti. “Nelle parole pronunciate dal patriarca il 6 marzo”, dice, “c’è la grande debolezza dell’Oriente cristiano, il cesaropapismo, vale a dire la stretta unione tra la Chiesa e il potere politico con la prima che chiede protezione e il secondo fedeltà e alleanza”. L’ortodossia russa non è però solo questo, come conferma una lettera aperta di 236 tra sacerdoti e diaconi che hanno denunciato il “calvario” al quale sono “sottoposti ingiustamente fratelli e sorelle in Ucraina”.
“La ricchezza spirituale della sua prospettiva sta nella ‘Leggenda del grande inquisitore’, nei ‘Fratelli Karamazov’ di Fedor Dostoevskij”, riprende don Dossetti: “E’ una Chiesa che soffre in unione con Cristo e che fa come da spugna per il male del mondo”.

Secondo padre Maksim Ryabukha, che ci ha ospitato nella casa salesiana a Kiev, il colloquio di mercoledì tra Kirill e Papa Francesco è un fatto positivo. “E’ importante confrontarsi e cominciare a dire le cose ad alta voce” sottolinea il religioso. “Indipendentemente da quello che sia il pensiero delle parti, è bene che ci sia un’attenzione mondiale e che nessuno possa più fare finta che non stia accadendo nulla”. Ma quali saranno, anche sul piano religioso, le conseguenze delle devastazioni e delle vittime in Ucraina per la Chiesa ortodossa russa? “Mosca”, risponde don Dossetti, “rischia di perdere molte parrocchie, che considereranno l’alternativa del patriarcato di Kiev riconosciuto da Costantinopoli”. Il resto è speranza, oltre vecchie e nuove divisioni, con anche la diplomazia vaticana al lavoro e il sogno di Giovanni Paolo II, un’Europa capace di respirare appieno con i suoi due “polmoni”, l’ovest e l’est. “Sono convinto che la via della diplomazia è sempre aperta e che, anche se è difficile dirlo, la pace la si fa con il nemico” sospira don Dossetti. Poi si scusa e al telefono saluta: insieme con i parrocchiani di Reggio Emilia sta ristrutturando una villa per ospitare 20 persone in arrivo dall’Ucraina.

Fonte: Agenzia DIRE

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