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Cosa è più utile donare in Ucraina

Conoscere il funzionamento degli aiuti umanitari può aiutare nella scelta: le somme in denaro, ad esempi,o sono spesso meglio di cibo e vestiti

Da quando è iniziata l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, una delle prime azioni di solidarietà da parte dei cittadini europei è stata quella di raccogliere beni di prima necessità perché siano inviati ai confini dove stanno arrivando centinaia di migliaia di profughi. In Italia si sono creati numerosi punti di raccolta gestiti da associazioni, parrocchie e gruppi di volontari e soprattutto nei primi giorni la partecipazione delle persone è stata enorme. Allo stesso tempo, molti hanno contribuito con donazioni di denaro e le grosse organizzazioni non profit impegnate sul campo hanno raccolto milioni di euro.

Dopo questo slancio di solidarietà iniziale dettato dalla situazione di emergenza improvvisa, le associazioni hanno avuto tempo di organizzare il proprio lavoro in modo più strutturato e molti cittadini hanno cominciato a chiedersi cosa abbia più senso donare per dare un contributo efficace e a lungo termine. Per rispondere a queste domande può essere utile conoscere come funziona il mondo degli aiuti umanitari e alcune peculiarità di questa emergenza.

Giovanni Fontana è il fondatore dell’organizzazione non profit Second Tree, che si occupa di accogliere profughi in Grecia dal 2016 e che in questi giorni ha sentito decine di persone di associazioni ucraine o ai confini per farsi un’idea dei possibili interventi da organizzare. Ha confermato che, come in tutte le emergenze umanitarie, soprattutto quelle più vicine, la raccolta di beni è la cosa che si fa per prima, perché è il modo più facile di portare aiuti. Ma ha aggiunto: «È molto importante sapere dove vanno queste cose e quali sono i bisogni di chi è lì sul campo. Dall’esperienza della mia associazione so che la raccolta, il viaggio e la burocrazia di queste spedizioni sono lenti e faticano a stare dietro alle reali necessità di chi è lì, rivelandosi in alcuni casi poco efficaci».

Per esempio, ci sono alcune raccolte fatte con le migliori intenzioni che se destinate ai luoghi sbagliati possono rivelarsi controproducenti: ad esempio cibo da cucinare (come pasta o riso) in campi che non hanno una cucina attrezzata, o grandi quantità di vestiti in zone di passaggio dove i profughi non vogliono caricarsi di ulteriori bagagli e non c’è spazio dove tenerli.

L’attività principale a cui stiamo assistendo in Italia è l’invio di beni nei paesi di confine come la Polonia, la Moldavia, la Romania e l’Ungheria, dove è facile arrivare dagli altri paesi europei. Qui la spedizione di beni dall’Italia non ha sempre senso: i prezzi dei prodotti venduti in queste zone infatti sono mediamente più bassi di quelli degli stessi prodotti venduti in Italia e i trasporti hanno un costo.

Rosario Valastro, vicepresidente della Croce Rossa Italiana, che fa parte di una rete che opera in molti paesi europei e che è molto attiva nel portare soccorsi sia all’interno che all’esterno dell’Ucraina, dice che hanno evitato fin dall’inizio di organizzare raccolte di beni materiali – a eccezione di alcuni farmaci – e ha chiesto alla cittadinanza di contribuire al loro lavoro solo attraverso donazioni in denaro.

«Siamo consapevoli che la maggior parte delle persone preferisce donare cose e non soldi», ha detto Rosario Valastro, «ma nelle zone di confine non c’è penuria di cibo e le spese sono una voce rilevante quando si opera in campo umanitario: un pacco di pasta acquistato in Italia – a cui vanno aggiunte le spese di viaggio – costa molto di più che nei paesi di confine, dove noi possiamo fare acquisti con i fondi raccolti». Se si deve scegliere tra fare una spesa per una raccolta in Italia e una donazione equivalente in denaro, quindi, è molto probabile che la seconda avrà un impatto maggiore.

Naturalmente ci sono eccezioni: per esempio quando arrivano richieste specifiche di materiali dall’Italia. Qualche giorno fa la Croce Rossa rumena ha chiesto una donazione di coperte e la Croce Rossa italiana si è mobilitata riuscendo a ricevere una donazione da un’azienda e a portargliele in due giorni. Anche in questi casi però, se non si trovano aziende disposte a donare, per le associazioni è molto più facile acquistare i prodotti tutti insieme, magari ottenendo uno sconto, che non aspettare di riceverli da tanti donatori privati, soprattutto per motivi logistici e di risparmio di tempo.

Le donazioni da parte dei cittadini, inoltre, sono spesso viziate dall’immaginario che si ha di quello che sta succedendo, creando raccolte molto sproporzionate verso certi beni: è più immediato pensare a coperte, vestiti per bambini e medicinali che non ad altre cose di cui magari c’è molto più bisogno come generatori elettrici, materassi o flebo. Per esempio, una cosa molto utile nelle zone di confine a cui non si pensa sono i bicchieri, i piatti e le posate usa e getta: «queste sono cose che nessuno dà: non sarà ecologico, ma nei punti di passaggio ai confini ci sono migliaia di persone in fila per avere un piatto di zuppa e non c’è il tempo di lavare le stoviglie», ha raccontato Fontana.

C’è grande richiesta anche di interpreti che facilitino le comunicazioni tra i vari paesi e di mezzi di trasporto. Molte associazioni che trasportano persone o materiali da un paese all’altro hanno usato i fondi raccolti per noleggiare pullman o tir e per la benzina che serve per il viaggio, ma ci sono anche aziende di trasporti che hanno messo a disposizione i propri mezzi gratuitamente. «Il mio consiglio», ha continuato Fontana, «è di aderire a raccolte che si sa bene dove vanno e che rispondono a richieste specifiche: per esempio ci sono posti in Romania e Moldavia che sono lontani dai grandi centri di smistamento e a cui ha sicuramente senso far arrivare beni di prima necessità, se si conosce qualcuno che può farlo». 

Questo vale in generale in tutti i casi in cui si conosca una piccola realtà in Ucraina che potrebbe avere bisogno di aiuti: secondo Fontana «è chiaro che donare 10 euro a una grossa ONG ha un impatto minore che donarli a un’associazione di una cittadina nell’Ucraina orientale o settentrionale, dove soldi e aiuti non arrivano». In queste zone dell’Ucraina ci sono associazioni che operano sul campo dalla guerra del 2014 e che hanno bisogno di donazioni, come Voices of Children e Vostok SOS, solo per citarne due. «Con questo non voglio dire che se non si conoscono piccole realtà locali non si debba donare alle grosse associazioni, anzi: il mondo degli aiuti umanitari è molto controllato e la mia percezione è che in questa situazione non ci sia rischio di truffe o sotterfugi. Non ho dubbi che i soldi donati saranno usati per migliorare le cose in questa emergenza» ha continuato Fontana.

Per quanto riguarda la possibilità di mandare beni dentro il territorio ucraino la situazione è abbastanza complicata. Secondo la Croce Rossa italiana «non c’è mai stata una vera apertura di corridoi sicuri in Ucraina e questo rende difficile il trasporto di materiali dentro i confini». Nel territorio ucraino al momento c’è un campo base della Croce Rossa danese, al quale i convogli della Croce Rossa di altri paesi, tra cui quella italiana, sono riusciti ad arrivare per rispondere soprattutto alla richiesta di medicinali e strumenti per l’allestimento del campo stesso. Ma in generale le associazioni che riescono a entrare e uscire per portare aiuti non sono molte.

È la stessa cosa che ha raccontato anche Caritas Ambrosiana, che fa parte della rete di Caritas ed è in contatto con la Caritas ucraina e altre associazioni che da sempre operano in quei territori: «abbiamo detto fin dall’inizio che noi sconsigliamo la raccolta di aiuti materiali e abbiamo raccolto solo aiuti economici. A nostra volta sosteniamo le realtà con cui siamo in contatto e che lavorano sul campo in forma solo economica: poi naturalmente se in futuro avranno bisogno di beni e sarà possibile manderemo anche quelli».

Alcune raccolte a cui può avere senso aderire sono quelle delle associazioni che partono dall’Italia per andare a prendere persone in fuga dall’Ucraina e che approfittano del viaggio per portare aiuti alle organizzazioni con cui sono in contatto ai confini.

È quello che stanno facendo per esempio Refugees Welcome, che si occupa di accoglienza, e I Bambini dell’Est, che da anni si occupa di affidi temporanei di bambini ucraini in Italia: con i fondi raccolti hanno affittato pullman per andare a prendere persone in fuga dall’Ucraina e dirette in Italia. «Prima della partenza carichiamo i pullman con generi di prima necessità: soprattutto pannolini, cibo e medicinali, in base alle richieste delle persone con cui siamo in contatto e che hanno attrezzato un campo al confine con la Polonia: ci segnalano loro le cose di cui hanno bisogno e in base a questo organizziamo la raccolta», ha spiegato Malvina Monti, di I Bambini dell’Est.

L’associazione ha da anni contatti con enti che lavorano in Ucraina, ma spiega che non è detto che siano ancora raggiungibili e che portare aiuti nel paese è molto difficile. «L’aiuto che stiamo cercando di dare a chi è ancora in Ucraina riguarda soprattutto le informazioni: siamo in contatto con alcune persone di Kharkiv e abbiamo avuto notizie di treni gratuiti che andavano a Leopoli, oppure i numeri di persone che si davano disponibili nelle situazioni di bisogno per portare cibo. Per quanto possibile cerchiamo di partecipare alla circolazione di informazioni tra i nostri contatti, anche grazie alle risorse interne che abbiamo che parlano italiano e ucraino: usiamo canali Telegram, WhatsApp e Twitter, cercando sempre di verificare che le informazioni siano affidabili e poi mettendole in circolo».

Refugees Welcome, I bambini dell’Est e molte altre associazioni tra cui Progetto Arca e Caritas stanno organizzando un altro tipo di aiuti, che è stato il meno urgente fino ad ora ma che diventerà più importante col passare dei giorni e cioè quello dell’accoglienza. In Italia arrivano già un migliaio di profughi dall’Ucraina ogni giorno ed è probabile che questo numero aumenterà velocemente. Migliaia di persone in Italia stanno dando la propria disponibilità di stanze o case e il lavoro delle associazioni è quello di verificare le condizioni di ospitalità e incrociarle con le necessità dei profughi che arrivano. Ma non solo: «cerchiamo ogni giorno di far funzionare quello che serve», ha concluso Malvina Monti di I Bambini dell’Est: «oggi per esempio sto cercando di capire dove far andare un pullman di 50 persone a fare i tamponi per il coronavirus prima che vengano ospitate nelle famiglie: non ho ancora trovato una soluzione ma ce la farò».

Fonte: Il Post

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