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Rischiamo di non avere più pescatori, ed è una perdita a livello nazionale

Lo sciopero dei pescherecci a causa del caro gasolio che sta colpendo anche la nostra isola raccontato dal direttore dell’Apostolato del mare di San Benedetto del Tronto

Fermi in banchina per non rimetterci. Da lunedì scorso il 90 per cento dei pescherecci italiani sono ormeggiati. Niente più uscite significa niente pescato giornaliero, ma soprattutto niente guadagno. E sempre da lunedì prossimo 14 marzo, Trasportounito fa sapere che le aziende di autotrasporto sospenderanno a livello nazionale i loro servizi ‘per causa di forza maggiore'” e cioè l’esplosione dei costi del carburante. Il motivo è lo stesso che accomuna altre categorie produttive: il raddoppio del prezzo del carburante. Per dare più peso alla protesta, martedì le marinerie hanno consegnato i documenti delle proprie barche alle capitanerie di porto e mercoledì si sono radunati a Roma per manifestare, mentre una delegazione era impegnata in un faccia a faccia con il sottosegretario alla Pesca, Francesco Battistoni. Venerdì 11 marzo si sono dati appuntamento ad Ancona per un altro incontro e decidere sulle prossime mosse che per ora prevedono il fermo fino a sabato.

Fra coloro che sono al loro fianco e che tengono il polso della situazione c’è don Giuseppe Giudici, direttore dell’apostolato del mare della diocesi di San Benedetto del Tronto, che ha spiegato come ogni battuta di pesca possa costare solo di gasolio dai 500 ai 2500 euro. “Ovviamente – aggiunge – dipende dalle dimensioni della barca. Basti pensare che l’anno scorso costava meno della metà”.

Quello che servirebbe secondo don Giuseppe, che dal 2014 segue l’apostolato, ma che soprattutto viene da una famiglia di pescatori, è un pacchetto di “incentivi per la modifica dei motori che consumino di meno”. Oggi, grazie agli armatori che hanno risparmiato in passato, “gli operai hanno assicurata la paga anche se non vanno in mare”, commenta. Ma si tratta nella stragrande maggioranza di imprese familiari spesso con al massimo un paio di dipendenti.

E poi, come sottolinea don Giuseppe, il caro gasolio di cui tutti parlano adesso è solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Già in passato le leggi nazionali e le nuove direttive europee sul settore non sono riuscite a trovare l’equilibrio necessario fra la tutela dell’ambiente e le istanze dei pescatori: “Una volta – ricorda – la bilancia era totalmente a favore dello sfruttamento delle risorse del mare, adesso invece ci sono troppi limiti. Servirebbe un giusto equilibrio. In alcune zone i pescatori non possono andare, contemporaneamente la flotta si sta assottigliando e non c’è un vero ricambio generazionale nella classe lavoratrice. Rischiamo da qui a qualche anno di non avere più pescatori ed è una perdita a livello nazionale. Verrebbe a mancare una delle figure storiche che hanno fatto l’Italia, dotata di più di 8mila chilometri di costa”.

Tornare indietro di trent’anni, quando la pesca era intensiva e spregiudicata non è un obiettivo: “Che abbiano chiuso delle zone di pesca va bene ma non dovrebbe essere così per sempre. E va bene pure il ripopolamento ma non pescare affatto sarebbe un peccato. Oggi – ricorda – escono circa dieci giorni al mese perché di più non glielo consentono le norme. I pescatori non chiedono di tornare come prima, ma di pescare almeno 140 giorni l’anno, senza distinzioni dovute alla lunghezza delle imbarcazioni”.

Da appassionato, don Giuseppe dice che è un mondo particolare quello che appartiene alla gente di mare: “Hanno un loro gergo. Seguono un loro modo di vivere. Per esempio, la loro giornata inizia alle 11 di sera. E questo va ricordato quando ci si dà appuntamento magari per la pastorale. Vivono molto la notte, mangiano a orari diversi. Per loro il pomeriggio di domenica è sacro, perché sono proiettati già alla battuta di pesca della notte. E ne va tenuto conto. Dicono che quando tornano a terra si scordano di tutto ciò che è avvenuto in mare, anche le burrasche”.

Sul piano spirituale, “Hanno una devozione particolare per alcuni santi, in alcuni giorni dell’anno non pescano. Richieste di confessioni mi sono arrivate da parte loro nei luoghi più disparati: in banchina, in plancia. Cercano un aiuto spirituale nei luoghi per loro più familiari. E bisogna andargli incontro. È la ‘Chiesa ospedale da campo’ suggerita da Papa Francesco”.

Davanti a questo quadro di crisi oggi cosa può fare l’apostolato? “Può sensibilizzare sul tema – risponde il sacerdote – e nel concreto fare iniziative per tenerli uniti. Cercare di promuovere il loro lavoro perché molti dicono che non vorrebbero trasmettere ai figli il mestiere. L’apostolato del mare ha l’obiettivo di far sentire al settore la vicinanza e il sostegno della Chiesa, abbracciando tutta la gente di mare, non solo i pescatori. Per esempio in un porto come quello di Genova si fa poca pesca, ma c’è tutta la parte commerciale e industriale che comunque riceve dall’apostolato assistenza. A San Benedetto invece c’è un po’ di cantieristica e tanta pesca. La Chiesa fa sentire la sua voce e ascolta i pescatori tartassati da tanti problemi”.

Fonte: Elisabetta Gramolini – Sir

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