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Lo psichiatra: Con il Covid, 2mila morti in più

L’80% delle vittime ha tra i 13 ai 18 anni. «Un’aberrazione», per Leonardo Mendolicchio, 45 anni, psichiatra, responsabile dell’Unità Operativa Disturbi Alimentari all’Auxologico di Piancavallo

«L’anoressia è la nuova epidemia. Prima del Covid causava già 3mila morti l’anno, l’80% dei quali dai 13 ai 18 anni, un’aberrazione. Alla fine del 2020 i morti erano saliti a 5mila. Non oso immaginare quali saranno i dati del 2021». Leonardo Mendolicchio, 45 anni, psichiatra, è il responsabile dell’Unità Operativa Disturbi Alimentari all’Auxologico Piancavallo (Verbania), dove i 40 posti letti sono sempre occupati.

Numeri già drammatici prima del Covid. Cosa li ha fatti peggiorare?

Da una parte i pazienti che erano già in cura hanno visto ridursi i servizi, specie nella prima ondata di pandemia, e il trauma del Covid ha rotto equilibri che erano già fragili. I nuovi esordi, invece, sono ragazzini che hanno patito per tante cose, la Dad a scuola, il ritiro sociale… e sono sfociati o nell’anoressia o nell’autolesionismo o in entrambi.

Meno nella bulimia?

Meno, ma tenga conto che spesso l’anoressia poi si tira dietro la bulimia. In un paio di anni è verosimile che la diagnosi viri da anoressia a bulimia.

Sono sempre più numerose le ragazze, rispetto ai ragazzi?

L’anoressia è ancora un disturbo di genere, ma la frequenza dei maschi aumenta notevolmente: se prima il rapporto era 9 a 1, ora è 7 a 3.

Come mai? Cos’è cambiato?

Premessa: il rapporto che ogni donna ha col suo corpo è complesso perché su di esso grava da sempre tutta una serie di richieste sociali su come va gestito, come deve apparire, cosa deve comunicare… purtroppo da secoli è oggetto di imprinting sociali e culturali che non hanno mai lasciato le donne troppo libere. Oggi, con il tentativo di omologazione dei due sessi, non solo le donne non hanno guadagnato in emancipazione da questo punto di vista, ma vittime delle stesse pressioni sono anche i maschi, sottoposti anche loro a stereotipi estetici e culturali sul loro corpo. Per questo l’anoressia guadagna popolazione anche nel sesso maschile.

E a fronte di questa emergenza, quanti sono i posti letto?

Solo 900 in tutta Italia, tra ospedali, cliniche, comunità terapeutiche ecc. E alcune regioni sono del tutto sguarnite. Inoltre in generale gli ospedali non hanno competenze specifiche per i disturbi alimentari, da qui la tragedia dei numeri.

E’ vero che per le persone sovrappeso c’è più tutela, il “curvy” va di moda, mentre le persone anoressiche sono meno comprese?

In entrambi i casi spesso la gente non capisce il dramma che c’è dietro. Forse oggi per le persone obese c’è un guadagno di rispetto sociale più che nel passato, mentre nei confronti dell’anoressia non è così. Purtroppo per la magrezza sospetta, già indice di un disturbo, c’è una sorta di compiacenza sociale, di tolleranza, soprattutto in alcune mamme, il che poi causa la tragedia delle diagnosi tardive.

Esiste una predisposizione genetica al disturbo alimentare?

Si tratta di una complessa malattia psicosomatica, che tocca cioè il corpo e la psiche, dunque capire il ruolo della genetica è complicato. Pesa molto l’epigenetica, ovvero tutte quelle variazioni di funzionamento biologico legate al contesto, quindi al rapporto tra funzionamento dei geni e ambiente.

Da qui il famoso senso di colpa di tanti genitori…

Che hanno moltissime domande. Proprio per loro ho scritto Il peso dell’amore, un manuale per sapere come agire e non restare disarmati di fronte a una situazione tanto drammatica.

Non basta che un bambino mangi poco per allarmarsi. A cosa occorre prestare attenzione?

Tenere d’occhio i momenti di vita che hanno dei passaggi difficili, come l’adolescenza, e avere la sensibilità di capire quando in un ragazzo cambia un costume alimentare in associazione a un cambiamento della vita che fa, ad esempio nella scuola, nelle amicizie… Ci sono segnali che se vanno di pari passo sono pericolosi, cambiamento alimentare insieme a cambiamento psichico significano qualcosa.

Come ottiene la fiducia di questi ragazzi?

Con un approccio sincero ed empatico: sono persone con le antenne molto dritte. Ai miei collaboratori dico che ai nostri giovani pazienti dobbiamo dare una bilancia che su un piatto ha il tema del limite, perché il sintomo deve essere limitato se no diventa estremamente pericoloso, e sull’altro il tema della responsabilità, dobbiamo responsabilizzarli a voler vivere. Ma per questo deve essere spesa tutta la dialettica possibile, essere coercitivi è controproducente. Dobbiamo far capire che noi capiamo.

Fonte: Lucia Bellaspiga – Avvenire

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