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Il processo di nullità come strumento pastorale

Inaugurazione dell’anno giudiziario della Rota Romana nel segno della sinodalità

Anche quest’anno l’inaugurazione dell’anno giudiziario del Tribunale della Rota Romana, tenutasi giovedì 27 gennaio, ha visto il Romano Pontefice soffermarsi sugli aspetti pastorali dell’amministrazione della giustizia.

Il compito che spetta al giudice ecclesiastico non è quello di far prevalere un interesse privato sull’altro, specialmente nell’ambito di cause che coinvolgono persone sofferenti a causa di un rapporto fallito, ma di accertare la verità sacramentale.

Solo nella ricerca della verità, è possibile offrire un servizio di carità e di ascolto, di giustizia e di incontro, di misericordia e di accoglienza compassionevole.

Secondo il Papa, è necessario svincolarsi dalla “visione distorta” che spesso caratterizza i processi di nullità, come se fossero l’unico strumento posto dalla Chiesa a tutela del vincolo matrimoniale e delle parti in una unione fallita.

A volte, la prudenza impone che gli operatori pastorali siano in grado di accompagnare la coppia verso la riconciliazione e la “guarigione” delle ferite provocate dalla debolezza umana, prospettando anche la possibilità di accedere alla convalidazione (cann. 1156 ss. CIC), sì da costituire un matrimonio valido, una volta superati i motivi che avevano reso invalido il primo.

In altre parole, la Chiesa deve farsi carico del dolore delle persone, in primo luogo evitando che un’incompleta formazione umana e cristiana comprometta l’accesso al patto matrimoniale, in secondo luogo intervenendo perché, fin da subito i coniugi di una unione in crisi possano trovare nel proprio dolore una prospettiva di crescita nella fede.

Lo spirito di sinodalità in ambito processuale

Ma accompagnamento vuol dire anche ricezione dei frutti del percorso di sinodalità, che sta animando e animerà nei prossimi anni la comunità dei fedeli.

Sebbene il Sinodo dei Vescovi, specialmente nella sua fase preparatoria, non possa essere sovrapposto a un processo, tuttavia, può diventare la fonte del discernimento delle situazioni peculiari che il giudice è chiamato a risolvere.

Infatti, l’invito a “camminare insieme” nel processo si declina come capacità di accoglienza delle parti, fin nella fase pregiudiziale, al fine di individuare fin da subito i profili più rilevanti e gli istituti giuridici più idonei a realizzare il bene dei fedeli. Il diritto deve essere applicato in modo da tendere sempre alla salus animarum.

La dialettica processuale, che vede il contraddittorio come via per la scoperta della verità, non deve mai sfociare nello scontro fine a se stesso, bensì deve permettere al giudice e alle stesse parti di ascoltare reciprocamente le ragioni addotte e cooperare per la verità. Il Pontefice giunge a sostenere: “La disponibilità ad offrire la propria versione soggettiva dei fatti diventa fruttuosa nel quadro di un’adeguata comunicazione con gli altri, che sa arrivare anche all’autocritica. Perciò non è ammissibile una qualsiasi volontaria alterazione o manipolazione dei fatti, volta a ottenere un risultato pragmaticamente desiderato”.

Lo stesso esercizio di ascolto deve realizzarsi nel momento del discernimento, quello, cioè, in cui i membri del collegio giudicante devono deliberare la sentenza.

In quel momento, la sinodalità si rivela nell’apertura di ciascun giudice a lasciarsi arricchire dalla posizione dell’altro, nel non cadere nella tentazione dell’autoreferenzialità, nell’immedesimarsi nelle parti e nel ponderare la ragionevolezza del proprio convincimento, nonché nel redigere una sentenza corretta, ma intellegibile, capace di guidare le persone.

La paternità spirituale del giudice

La sinodalità che il Papa auspica si manifesta, altresì, nella paternità pastorale che deve contraddistinguere il giudice ecclesiastico.

Chi ricopre questo ministero, lo deve fare con uno spirito di sollecitudine e di compassione per le persone, vincendo la tentazione del giuridicismo, cioè dell’autoreferenzialità e dell’aridità del tecnicismo giuridico. Non solo, deve essere contraddistinto da una vita di autentica preghiera.

Anzi, come ribadito nell’allocuzione, il Vescovo diocesano è il giudice originario, colui che è chiamato in prima persona a conoscere i propri fedeli e a orientarli anche nelle relazioni di giustizia. Il vicario giudiziale deve essere il principale supporto per la corretta applicazione del diritto, ma senza che vi sia intercambiabilità tra le figure.

Lo stesso Papa, al quale il Decano si è rivolto con il corretto appellativo di giudice universale, ha precisato che la sua potestà di giurisdizione deriva dal suo essere Vescovo di Roma, la diocesi che presiede nella carità tutte le Chiese particolari.

In definitiva, anche il processo canonico è chiamato a una conversione spirituale nel segno della sinodalità, per valorizzare quanto lo Spirito Santo suggerisce alla Chiesa in questo tempo di grandi sfide, al fine di renderla sempre più fedele e conforme all’immagine impressa dal suo Divin Fondatore.

Cum caritate animato et iustitia ordinato, ius vivit

San Giovanni Paolo II

Fonte: Andrea Micciché – Vox Canonica
Immagine: Incontro del Pontefice con i Prelati Uditori della Rota Romana (Fonte: Vatican News)

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