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Il lavoro santifica

Papa Francesco con le sue catechesi sta mettendo in luce diversi aspetti della figura di San Giuseppe, santo umile e silenzioso quanto attivo e grande lavoratore: «Cari fratelli e sorelle, buongiorno! Gli evangelisti Matteo e Marco definiscono Giuseppe “falegname” o “carpentiere”. Abbiamo ascoltato poco fa che la gente di Nazaret, sentendo Gesù parlare, si chiedeva: «Non è costui il figlio del falegname?». Gesù praticò il mestiere del padre. Il termine greco tekton, usato per indicare il lavoro di Giuseppe, è stato tradotto in vari modi. I Padri latini della Chiesa lo hanno reso con “falegname”. Ma teniamo presente che nella Palestina dei tempi di Gesù il legno serviva, oltre che a fabbricare aratri e mobili vari, anche a costruire case, che avevano serramenti di legno e tetti a terrazza fatti di travi connesse tra loro con rami e terra. Pertanto, “falegname” o “carpentiere” era una qualifica generica, che indicava sia gli artigiani del legno sia gli operai impegnati in attività legate all’edilizia. Un mestiere piuttosto duro, dovendo lavorare materiale pesante, come il legno, la pietra e il ferro. Dal punto di vista economico non assicurava grandi guadagni, come si deduce dal fatto che Maria e Giuseppe, quando presentarono Gesù nel Tempio, offrirono solo una coppia di tortore o di colombi, come prescriveva la Legge per i poveri. Dunque, Gesù adolescente ha imparato dal padre questo mestiere. Perciò, quando da adulto cominciò a predicare, i suoi compaesani stupiti si chiedevano: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi?», ed erano scandalizzati di lui, perché era il figlio del falegname ma parlava come un dottore della legge, e si scandalizzavano di questo».

Il giovane Francesco d’Assisi amava seguire le orme del padre, Pietro di Bernardone, lavorando nella bottega di famiglia vendendo stoffe preziose. Questo lo lusingava, sentendosi parte privilegiata della società benestante. Anche se era considerato dai suoi coetanei il “re delle feste” perché amava divertirsi con loro, organizzando spesso il tempo libero con feste e divertimenti, non si distraeva però dalla responsabilità di donare la maggior parte del tempo al lavoro aziendale di famiglia. Anche quando volle dare una svolta alla sua vita in modo radicale, abbandonando le sicurezze della vita agiata familiare per un’esistenza più rigida e povera, non abbandonò mai il proposito di dover lavorare per il proprio sostentamento e invitava i suoi frati a fare lo stesso. Dove questo non era possibile si affidava alla Provvidenza divina tramite l’elemosina. Nel suo Testamento scrive: “Ed io lavoravo con le mie mani e voglio lavorare; e voglio fermamente che tutti gli altri frati lavorino di un lavoro quale si conviene all’onestà. Coloro che non sanno, imparino, non per la cupidigia di ricevere la ricompensa del lavoro, ma per dare l’esempio e tener lontano l’ozio” (FF 119). E ancora: “Diceva che quelli che attendono svogliati a un lavoro umile in casa, saranno rigettati ben presto dalla bocca del Signore. Nessuno poteva mostrarsi in ozio dinanzi a lui, senza che tosto lo sferzasse con parole mordenti. E lui, modello di ogni perfezione, lavorava umilmente con le sue mani, non permettendo che venisse sciupato un solo attimo del prezioso dono del tempo. Diceva: «Voglio che tutti i miei frati lavorino e si esercitino umilmente in lavori onesti, affinché noi siamo di minor peso alla gente, e cuore e lingua non vagabondino nell’ozio. Chi non conosce un mestiere, lo impari». Secondo lui, la ricompensa del lavoro non doveva essere a disposizione del lavoratore, bensì del guardiano o della comunità» (FF 1770). …   Se un frate, mentre è in viaggio o mentre è al lavoro, si lascia andare a parole oziose o inutili, sarà tenuto a recitare un Padre nostro con le Laudi di Dio al principio e alla fine di questa orazione. Se il colpevole se ne accusa spontaneamente, dirà per l’anima propria il Padre nostro e le Laudi; se invece ne viene rimproverato da un fratello, dirà il Padre nostro nel modo indicato, per l’anima del fratello che lo ha corretto (FF 1633)”.

Ordine francescano secolare di Forio

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