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Ti darei gli occhi miei per vedere ciò che non vedi…

Quanta tenerezza, quanto amore in questo verso della nota canzone di Renato Zero “I giardini che nessuno sa”. Giardini ben tenuti, case di riposo o cliniche per anziani, linde, accoglienti, ma per persone al declino, al tramonto della vita, emarginate, relegate lì, in una prigione dorata, ma pur sempre una prigione

. E lo si comprende dal fatto che nessuno sa o vuole ricordare quei giardini dove si trovino. Si tende a dimenticare, sì a dimenticare, dal momento che si è presi dal vortice della quotidianità. Eppure quanto dolore, quanta solitudine!

L’artista romano ha ben capito già dal lontano 1994, quanto queste persone fragili o anziane siano diventate un peso, un ingombro per l’efficiente e smaltata civiltà contemporanea. Per loro pare proprio che non ci sia posto non solo in casa, ma anche nel cuore dei propri cari.

E dopo una vita spesa molte volte al servizio di figli, nipoti e società, si ritrovano soli, col gelo generato dalla mancanza di affetti con la quale sono costretti a convivere, senza l’ombra di una gioia, di un sorriso, di una chiacchiera mentre la vita inesorabilmente scivola via, non lasciando più nemmeno la forza di piangere, se l’inizio del brano recita così: “Senti quella pelle ruvida, un gran freddo dentro l’anima, fa fatica anche una lacrima a scendere giù. Troppe attese dietro l’angolo, gioie che non ti appartengono, questo tempo inconciliabile gioca contro di te”. Ed è in questi momenti che i sogni, i progetti e le speranze vanno in frantumi; da un giorno all’altro ci si ritrova ad essere spettatori di una vita della quale non si ha più alcun controllo.

E rimangono così, tristemente soli in attesa: aspettando con pazienza chi non verrà mai a portare un po’ di serenità, e sentendo dentro l’anima le uniche cose che gli sono costantemente accanto, la solitudine il dolore: “Ecco come si finisce poi, inchiodati a una finestra noi, spettatori malinconici di felicità impossibili; tanti viaggi rimandati e già, valigie vuote da un’eternità, quel dolore che non sai cos’è, solo lui non ti abbandonerà, mai”.

La vita è questa: una corsa folle, il tempo che fugge troppo velocemente e che non puoi rallentare in alcun modo e ripensi al passato, all’adolescenza, alla giovinezza, a una crescita vorticosa e finita troppo in fretta: “È un rifugio quel malessere, troppa fretta nel tuo crescere, non si fanno più miracoli, adesso non più, non dar retta a quelle bambole, non toccare quelle pillole, quella suora ha un bel carattere, ci sa fare con le anime”. Il brano poi continua con il ritornello: «Ti darei gli occhi miei per vedere ciò che non vedi. L’energia, l’allegria per strapparti ancora sorrisi. Dirti sì, sempre sì e riuscire a farti volare dove vuoi, dove sai senza più quel peso sul cuore.».

E’ la parte più bella dalla canzone, dalla quale emerge con chiarezza l’amore e l’affetto dell’autore nei confronti di tutti gli individui più deboli e in difficoltà. Ma nonostante l’appassionata dedica del cantante c’è sempre qualcuno che preso dalla smania della propria quotidianità e incurante delle sofferenze di chi gli è stato vicino: “Dimentica, c’è chi dimentica, distrattamente un fiore una domenica. E poi silenzi …e poi silenzi. Silenzi”.

Il brano in un crescendo di emozioni si avvia al termine con l’insistente e accorato appello di Renato Zero rivolto a chi potrebbe aiutare con semplici gesti, sensibili e affettuosi: “Sorreggili, aiutali, ti prego non lasciarli cadere. Esili, fragili, non negargli un po’ del tuo amore. Stelle che ora tacciono ma daranno un senso a quel cielo. Gli uomini non brillano se non sono stelle anche loro”.

E il messaggio finale è ancora più forte e intenso, quasi disperato, rivolto a tutti noi, a chiunque potrebbe fare di più e invece non lo fa: “Mani che ora tremano perché il vento soffia più forte, non lasciarli adesso no, che non li sorprenda la morte; siamo noi gli inabili che pur avendo a volte non diamo. Dimentica, c’è chi dimentica distrattamente un fiore una domenica. E poi silenzi … e poi silenzi. Silenzi”.

I veri inabili, siamo noi, le sedicenti persone normali quando non riescono ad alleviare le sofferenze di queste vite e quando non comprendono l’importanza dei piccoli gesti d’affetto e di comprensione. La canzone è un appello quasi disperato verso tutta quella gente distratta che finge, per quieto vivere, di non sapere che nel mondo esistono tante realtà sfortunate e persone che cercano una mano amica per non smettere di credere in un futuro o per finire con dignità i propri giorni. In questi “giardini che nessuno sa” sono assordanti e strazianti silenzi che rompono il muro della fratellanza e della compassione, giardini che Zero intende metaforicamente come ritrovo di queste persone e che sono non solo le case di riposo ma i luoghi della sofferenza in genere come ospedali, ospizi per disabili, centri di igiene mentale.

Un brano eccezionale da ascoltare e riascoltare fino a quando non si raggiunge la consapevolezza di aver assimilato questo intenso e profondo messaggio che Renato Zero con la sua grande sensibilità di artista ci propone per non dimenticare mai gli ultimi del mondo.

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