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Due sconcertanti storie, simili ma così diverse

Un anziano (Ennio Di Lalla, 86 anni) lascia la propria casa e si trasferisce in un altro quartiere di Roma, nella casa del fratello, più vicina all’ospedale dove deve sottoporsi a degli accertamenti medici. Passa qualche giorno e viene avvertito che la sua casa è stata occupata da una famiglia rom. La notizia viene riportata da quotidiani e televisioni non solo romani ma nazionali, che raccontano l’evolvere della vicenda per tutto il tempo che la Magistratura impiegherà per dare giustizia al povero anziano (21 giorni), con commenti giustamente indignati. Esponenti politici e partiti prendono subito posizione sulla vicenda chiedendo di ripristinare il diritto e punire duramente i responsabili del reato. Due comitati di cittadini raccolgono fondi per garantire all’anziano i beni a cui non può più accedere (vestiti ecc.) e, successivamente, per riparare i danni all’appartamento. Il Sindaco di Roma garantisce che il Comune si accollerà le spese dei danni, telefona ad Ennio e lo invita a prendersi un caffè insieme. Il giorno nel quale viene liberata la casa una folla plaude alle Forze dell’ordine, sono presenti anche due assessori comunali, una consigliera regionale e altri esponenti politici. La triste e sconcertante vicende ha il suo lieto fine: per fortuna viviamo in uno Stato di diritto che punisce chi non rispetta la legge e dà giustizia alle vittime.

Qualche giorno dopo però i giornalisti de La7 pongono alcuni dubbi sulla vicenda: pare che il signor Ennio non abbia raccontato alle Forze dell’ordine e alla Magistratura la verità. Sembra infatti che si fosse trasferito dal fratello da molto più tempo, circa un anno (i giornalisti de La7 affermano che non pagava le utenze domestiche da quasi altrettanto tempo). Una delle due rom poi dice di essere stata la donna delle pulizie di quella casa e che era certa che lui non abitasse più lì.

Chi sa qual è la verità. L’accerterà la Magistratura. Quel che è certo è che tutti i giornali, tranne La7, hanno sentito una sola campana e non hanno fatto verifiche sulla versione raccolta e che i sospetti avanzati da La7 non sono stati riportati quasi da nessun’altra testata giornalistica. L’altra cosa certa è che la vicenda ha avuto una grandissima attenzione da parte di giornalisti, politici, amministratori, cittadini, tutti solidali con la povera vittima.

Pochi giorni dopo, sempre a Roma, inizia una vicenda simile: a due coniugi di 78 e 79 anni con una figlia di 62 anni gravemente disabile viene assegnata una casa. I due coniugi per averla si sono impegnati ad anticipare le spese per risistemare l’appartamento, non proprio in ottimo stato, e hanno dovuto dimostrare di avere la disponibilità economica per farlo. Il giorno nel quale dovevano prendere possesso dell’appartamento trovano che la chiave del portone, avuta dal Comune, non funziona (per non farli entrare è stata cambiata la serratura) e un gruppo di facinorosi li costringe ad andare via. I due coniugi avvertono le Forze dell’ordine, che si recano sul posto “per sedare gli animi”. Infatti non riescono a garantire il possesso della casa ai due anziani e alla figlia disabile. Il giorno dopo nuovo tentativo, ma si scopre che nel frattempo la porta di casa è stata scardinata e presa a colpi di accetta e i locali vandalizzati. Successivamente alcuni giornali riportano che la polizia sospetta che la casa fosse adibita allo spaccio della droga da un boss della malavita.

A differenza della prima vicenda, di questa seconda hanno parlato pochi giornali (e succintamente) ed è stata del tutto ignorata dalle emittenti televisive nazionali; le vittime non hanno ricevuto solidarietà, nessuno ha pensato di fare una raccolta fondi, nessun politico o amministratore ha espresso indignazione o solidarietà o chiesto di ripristinare il diritto e di punire duramente i responsabili, nessun assessore o consigliere ha presenziato al tentativo delle Forze dell’ordine di ripristinare il diritto, il Sindaco non ha promesso alcunché ai poveri malcapitati, né ha fatto loro una telefonata o li ha invitati a prendersi un caffè insieme.

Perché un trattamento così stridentemente diverso per due vicende così simili? Perché nella prima la vittima era italiana e la colpevole rom, mentre nella seconda le vittime (Zehera, Nhao e Miki) sono rom dell’ex Yugoslavia e i colpevoli italiani. Altre due differenze: riguardo alla seconda vicenda nessun articolo ha sottolineato l’etnia o la nazionalità dei facinorosi (italiani), mentre nella prima tutti riportavano quella delle donne che avevano occupato la casa (rom); nel raccontare o commentare la seconda vicenda nessuno ha insinuato che il comportamento del gruppo di facinorosi era un tratto connaturato o comune a tutti gli italiani, cosa che invece è stata insinuata per quanto riguarda i rom.

Alcune considerazioni:

  1. tutti, chi più, chi meno, abbiamo pregiudizi (chi nei confronti delle donne e chi degli uomini, chi per gli ebrei e chi per i rom, chi per “quelli del Sud” e chi per “quelli del Nord”, chi per gli insegnanti e chi per i medici, chi per quelli della passata generazione e chi per per i giovani d’oggi, chi per gli avversari politici, chi per i politici in genere ecc.). Sarebbe bene prenderne consapevolezza e cercare di non esserne vittima: i pregiudizi ci danno un’immagine della realtà distorta e caricaturale e sono un forte ostacolo ad avere buone relazioni con gli altri. Sarebbe anche bene combattere i pregiudizi e prendere le difese di chi ne è vittima;
  2. proviamo ogni tanto a metterci nei panni degli altri, soprattutto di quelle persone per cui nutriamo qualche più o meno segreto pregiudizio. Mettersi nei panni del povero Ennio è naturale e facile, ci vuole più bravura a mettersi nei panni dei rom e di tutte quelle altre persone per le quali proviamo avversione, disistima e pregiudizi;
  3. quando leggiamo una notizia o sentiamo una storia, prima di prenderla per oro colato facciamoci qualche domanda e cerchiamo di verificare se le cose stanno proprio come ce le raccontano. Chiunque si interessa di comunicazione sa che il sentimento dell’indignazione rende difficile lo spirito critico e ci porta a schierarci immediatamente e acriticamente con chi ha fatto leva su tale sentimento. Sembra che a noi umani piaccia avere un nemico, un avversario, che rassicuri dividere il mondo in buoni (noi) e cattivi (un qualche altro da noi). Questi meccanismi sono spesso utilizzati da chi crea e diffonde notizie, false o anche vere. Non appena sentiamo nascere il sentimento dell’indignazione cerchiamo di capire se la notizia che lo ha fatto nascere è vera o falsa, se chi ce l’ha fornita non l’ha per caso esagerata, travisata, deformatase il nemico o l’avversario che ci viene indicato non ha qualche ragione e se noi e “i nostri” non abbiamo qualche colpa. Così si costruisce la critica non generica e qualunquista ma puntuale e ben argomentata, così si fa progredire la società e si promuove la convivenza civile.

Non faremmo male a iniziare l’anno rileggendo la parabola del buon samaritano (e l’acuta esegesi che ne dà il papa nell’enciclica “Fratelli tutti”). Questo breve racconto non è solo un invito all’amore fraterno e a prendersi cura di chi è in difficoltà: è anche una parabola contro i pregiudizi (i samaritani erano considerati dai giudei persone spregevoli ed empie)

Associazione Marco Mascagna

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