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Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio, nato da donna

Terza catechesi d’Avvento 2021

In questa terza catechesi il card. Raniero Cantalamessa si è soffermato sul significato e l’importanza di queste due ultime parole: “nato da donna” che, nella Bibbia, come espressione indica l’appartenenza alla condizione umana fatta di debolezza e mortalità. Sono parole molto importanti, perché cosa sarebbe il Cristo senza di esse? Una apparizione celeste, disincarnata. Invece la donna, Maria, è colei che ha “ancorato” per sempre il Figlio di Dio all’umanità e alla storia. Maria è l’unica che può rivolgersi a Gesù con le stesse parole del Padre celeste: “Tu sei mio figlio, io ti ho generato”.

Tertulliano fa notare che Gesù è nato da donna e NON attraverso la donna, come sosteneva l’eresia docetista. Maria NON è un canale. Maria è la Madre vera, concreta, reale. San Leone Magno infatti collocherà l’espressione paolina “nato da donna” nel cuore del dogma cristologico: Cristo è “uomo per il fatto che è ‘nato da donna e nato sotto la legge’…La nascita nella carne è chiara prova della sua natura umana”.

Sant’Ireneo legge “nato da donna” (Gal 4,2) alla luce di Genesi 3, 15: “Porrò inimicizia tra te e la donna”. Maria appare come la donna che ricapitola Eva, la madre di tutti i viventi! La Bibbia comincia con la donna “figlia di Sion” che è la personificazione di tutto il popolo d’Israele e termina con la donna “vestita di sole con la luna sotto i suoi piedi” dell’Apocalisse, che rappresenta la Chiesa. “Donna” è il termine con cui Gesù si rivolge a sua madre a Cana e sotto la croce. È difficile, per non dire impossibile, non vedere un legame, nel pensiero di Giovanni, tra le due donne: la donna simbolica che è la Chiesa e la donna reale che è Maria. Tale legame è recepito nella Lumen Gentium del Vaticano II che, proprio per questo, tratta di Maria all’interno della costituzione sulla Chiesa.

Da qualche tempo si parla molto della dignità della donna. San Giovanni Paolo II ha scritto una Lettera apostolica su tale tema, la Mulieris dignitatem. Per quanta dignità, però, noi creature umane possiamo attribuire alla donna, resteremo sempre infinitamente al di sotto di quello che ha fatto Dio scegliendo una di esse per essere la madre del suo Figlio fatto uomo. Molto si è fatto negli ultimi tempi per aumentare la presenza delle donne nelle sfere decisionali della Chiesa e altro, forse, resta da fare. Ma dobbiamo occuparci, qui, di un ambito nel quale non ha alcuna importanza la distinzione uomo-donna, perché la donna di cui stiamo parlando rappresenta tutta la Chiesa, cioè uomini e donne allo stesso modo. Si tratta di questo: Gesù che è nato una volta fisicamente e corporalmente da Maria, deve nascere ora spiritualmente dalla Chiesa e da ogni credente.

Isacco della Stella, autore medievale, formula questa dottrina: Nelle Scritture divinamente ispirate, ciò che si dice in modo universale della Vergine Madre Chiesa, lo si intende in modo singolare della Vergine Madre Maria; e ciò che si dice in modo speciale di Maria lo si intende in senso generale della Vergine Madre Chiesa… Infine, ogni anima fedele, sposa del Verbo di Dio, madre figlia e sorella di Cristo, viene ritenuta anch’essa a suo modo vergine e feconda. La stessa Sapienza di Dio che è il Verbo del Padre applica dunque universalmente alla Chiesa ciò che si dice specialmente di Maria e singolarmente anche di ogni anima credente. Dunque ciò implica che oggi Gesù deve nascere dalla Chiesa!

E chi guarda la Chiesa non dovrebbe fermarsi ad essa, ma dovrebbe vedere Gesù. È la lotta all’auto-referenzialità della Chiesa, su cui hanno insistito spesso i due ultimi Sommi Pontefici, Benedetto XVI e papa Francesco.

Una Chiesa alla quale Cristo ha confidato il messaggio: “Andate per tutto il mondo, predicate la buona novella a ogni creatura” (Mc 16, 15). Quanti uomini staranno sognando, anche senza saperlo, proprio in questo momento, di ricevere un messaggio come quello di Gesù? Dobbiamo fare il possibile perché la Chiesa non divenga mai quel castello complicato e ingombro descritto da Kafka, e perché il messaggio possa uscire da essa libero e gioioso come quando iniziò la sua corsa. Bisogna avere il coraggio di abbattere muri divisori e di riportare l’edificio alla semplicità e alla linearità delle sue origini, in vista di un loro rinnovato impiego.

“Il Cristo – scrive san Massimo Confessore – nasce sempre misticamente nell’anima, prendendo carne da coloro che sono salvati e facendo dell’anima che lo genera una madre vergine”. Come si diventa madre di Cristo? Ce lo spiega Gesù nel Vangelo: “Ascoltando, dice, la Parola e mettendola in pratica” (cf. Lc 8, 21). Sono due operazioni, come si può notare. E anche Maria divenne madre di Cristo attraverso due momenti: prima concependolo, poi partorendolo.

Vi sono due maternità incomplete o due tipi di interruzione di maternità: 1) l’aborto; 2) il partorire un figlio senza averlo concepito, come nel caso di figli concepiti in provetta e immessi nel seno di una donna, oppure nel caso dell’utero dato in prestito per ospitare, a pagamento, vite umane concepite altrove. In questo caso, quello che la donna partorisce, non viene da lei, non è concepito “prima nel cuore e poi nel corpo”, come dice Agostino di Maria.
Purtroppo anche sul piano spirituale ci sono queste due tristi possibilità:

1) chi concepisce Gesù senza partorirlo, ovvero chi accoglie la Parola senza metterla in pratica, e chi continua a fare un aborto spirituale dietro l’altro, formulando propositi di conversione che vengono poi sistematicamente dimenticati e abbandonati a metà strada. Sono, dice san Giacomo, coloro che si guardano in fretta nello specchio e poi se ne vanno dimenticando come erano (cf Gc 1, 23-24);

2) chi partorisce Cristo senza averlo concepito, chi fa tante opere, anche buone, ma che non vengono dal cuore, da amore per Dio e da retta intenzione, ma piuttosto dall’abitudine, dall’ipocrisia, dalla ricerca della propria gloria e del proprio interesse, o semplicemente dalla soddisfazione che dà il fare.

Le nostre opere sono «buone» solo se provengono dal cuore, se sono concepite per amore di Dio e nella fede. In altre parole, se l’intenzione che ci guida è retta, o almeno ci si sforza di rettificarla. San Francesco d’Assisi dice che noi concepiamo Cristo quando lo amiamo in sincerità di cuore e con rettitudine di coscienza, e lo diamo alla luce quando compiamo opere sante che lo manifestano al mondo e danno gloria al Padre che è nei cieli (cf Mt 5, 16).

San Bonaventura ha sviluppato questo pensiero del suo Serafico Padre in un opuscolo intitolato “Le cinque feste di Gesù Bambino”. Tali feste sono per lui:

a) il concepimento
b) la nascita
c) la circoncisione
d) l’Epifania
e) la Presentazione al tempio.

Il santo spiega come fare per celebrare spiritualmente ognuna di tali feste nella propria vita.

Riguardo il concepimento: l’anima concepisce Gesù quando, scontenta della vita che conduce, stimolata da sante ispirazioni e accendendosi di santo ardore, infine staccandosi risolutamente dalle sue vecchie abitudini e difetti, è come fecondata spiritualmente dalla grazia dello Spirito Santo e concepisce il proposito di una vita nuova.

Riguardo la nascita: una volta concepito, il benedetto Figlio di Dio nasce nel cuore, allorché, dopo aver fatto un sano discernimento, chiesto opportuno consiglio, invocato l’aiuto di Dio, l’anima mette immediatamente in opera il suo santo proposito, cominciando a realizzare quello che da tempo andava maturando, ma che aveva sempre rimandato per paura di non esserne capace.

Ma è necessario insistere su una cosa: questo proposito di vita nuova deve tradursi, senza indugio, in qualcosa di concreto, in un cambiamento, possibilmente anche esterno e visibile, nella nostra vita e nelle nostre abitudini. Se il proposito non è messo in atto, Gesù è concepito, ma non è partorito. È uno dei tanti aborti spirituali. Non si celebrerà mai « la seconda festa » di Gesù Bambino che è il Natale!

È uno dei tanti rinvii, di cui è forse stata punteggiata la nostra vita. Un piccolo cambiamento con cui cominciare potrebbe essere fare un po’ di silenzio intorno a noi e dentro di noi. “Come sarebbe bello – diceva il Santo Padre nella scorsa udienza generale – se ognuno di noi, sull’esempio di San Giuseppe, riuscisse a recuperare questa dimensione contemplativa della vita spalancata proprio dal silenzio”. Un’antica antifona del tempo natalizio diceva che il Verbo di Dio discese dal cielo “mentre tutto intorno era silenzio”.

Proviamo anzitutto a far tacere il chiasso che c’è dentro di noi, i processi sempre in corso nella nostra mente, su persone e fatti, dai quali usciamo immancabilmente vincitori. Trasformiamoci qualche volta da accusatori in difensori dei fratelli, pensando a quante cose gli altri potrebbero rimproverare a noi. Proviamo a metterci nei panni del fratello o della sorella!

Torniamo con il pensiero a Maria. Tolstoj fa una osservazione sulla donna incinta che ci può aiutare a capire e a imitare la Vergine in questo finale di Avvento. Lo sguardo della donna in attesa, dice, ha una strana dolcezza ed è rivolto più dentro di sé che fuori di sé, perché dentro di sé è la realtà, per lei, più bella del mondo. Così era lo sguardo di Maria che portava in grembo il creatore dell’universo. Imitiamola ritagliandoci qualche momento di vero raccoglimento per far nascere Gesù nel nostro cuore.

La migliore risposta al tentativo della cultura secolarizzata di cancellare il Natale dalla società è quello di interiorizzarlo e riportarlo alla sua essenza.

Buon Natale!

Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d’eterno consiglio

tu se’ colei che l’umana natura
nobilitasti sì, che ’l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.

Nel ventre tuo si raccese l’amore,
per lo cui caldo ne l’eterna pace
così è germinato questo fiore.

Qui se’ a noi meridïana face
di caritate, e giuso, intra ’ mortali,
se’ di speranza fontana vivace.

Donna, se’ tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre,
sua disïanza vuol volar sanz’ali.

La tua benignità non pur soccorre
a chi domanda, ma molte fïate
liberamente al dimandar precorre. In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenza, in te s’aduna
quantunque in creatura è di bontate.

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