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Dalla fede allo stupore

Prima catechesi d’Avvento di p. Raniero Cantalamessa

“Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli. E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: «Abbà! Padre!». Quindi non sei più schiavo, ma figlio e, se figlio, sei anche erede per grazia di Dio”. (Gal 4, 4-7)

Il 3 dicembre presso l’Aula Paolo VI sono iniziate le catechesi del Card. p. Raniero Cantalamessa per il tempo d’Avvento. In questa prima catechesi – che ha voluto continuare sulla linea della scorsa Quaresima, dove metteva in luce i rischi di vivere “come se Cristo non esistesse o non avesse importanza nella Chiesa” – avvisa circa un altro rischio: “vivere come se la Chiesa non fosse che scandali, controversie, scontro di personalità, pettegolezzi o al massimo qualche benemerenza nel campo sociale. In breve, cosa di uomini come tutto il resto nel corso della storia”.

“Come la Chiesa interpreta se stessa?” sarebbe auspicabile che qualche giornalista se lo chiedesse, perché la Chiesa va vista da dentro, stando dentro, non da fuori. C’è un Mistero che la abita, uno splendore interiore, un tesoro in vasi di creta, una straordinaria potenza che viene da Dio e non da noi. Questo non va dimenticato, per affrontare responsabilità e realtà dei fatti nel modo giusto, senza farcene schiacciare e non vivere sempre sulla difensiva.

Nel brano ai Galati estratto inizialmente, vi è una sintesi di tutto il mistero cristiano: «C’è presente la Trinità: Dio Padre, il Figlio suo e lo Spirito Santo; c’è l’incarnazione: “Dio mandò suo Figlio”; tutto questo non in astratto e fuori del tempo, ma in una storia di salvezza: “nella pienezza del tempo”. Non manca neppure la presenza, discreta ma essenziale, di Maria: “nato da donna”. C’è finalmente il frutto di tutto ciò: uomini e donne resi figli di Dio e tempio dello Spirito Santo».

Figli di Dio! «La paternità di Dio è al cuore stesso della predicazione di Gesú» : ora però Dio è Padre non in senso collettivo come nell’Antico Testamento, ma di ogni essere umano, giusto o peccatore che sia. Dio è Padre in senso individuale e personale. Si occupa di ognuno di noi, di cui tutto conosce. La novità di Cristo è che Dio Padre rimanendo quello dell’AT – cioè: tre volte santo, giusto e onnipotente – ora viene dato a noi come Papà! È l’immagine del Padre nostro, che è tanto grande e diverso da noi quanto il cielo dalla terra. Trascendente, santo, eppur Abbà, Papà! Padre ma Onnipotente, Onnipotente ma Padre, come nel Credo. Un Padre che si china su ogni figlio, un Padre tenero con cui dialogare, giocare, un Padre sicuro, forte e giusto che infonde coraggio e quella vera libertà che rende capaci di dire SÌ al bene resistendo al male. Questo Padre – che tutti noi vorremmo e che abbiamo realmente, perché Dio non è Padre solo in senso metaforico e morale – è Padre del Figlio Gesù che ha generato “prima dell’aurora”, cioè prima dell’inizio del tempo. Ed è grazie al suo unico Figlio che tutti possiamo diventare figli di Dio. “Nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare” (Mt 11, 27). Spiega p. Raniero che: «Grazie alla redenzione operata da Cristo e applicata a noi nel battesimo, noi non siamo più figli di Dio in senso solo morale, ma anche reale, ontologico. Noi siamo divenuti “figli nel Figlio”; Cristo è divenuto “il primogenito tra molti fratelli” (Rom 8,29)» “…perché ricevessimo l’adozione a figli”, “Ci ha predestinati a essere suoi figli adottivi” (Ef 1, 5). E’ un mistero grande che un’analogia non riesce a esprimere in pienezza. Perché Dio, diversamente da un padre adottivo, non ci trasmette «solo il nome di figli, ma anche la sua vita intima, il suo Spirito che è, per così dire, il suo DNA. Per il battesimo, in noi scorre la vita stessa di Dio. Su questo punto, Giovanni è più ardito di Paolo. Egli non parla di adozione, ma di vera e propria generazione, di nascita da Dio. Quelli che hanno creduto in Cristo “sono stati generati da Dio” (Gv 1, 13); nel battesimo si realizza una nascita “dallo Spirito”, si “rinasce dall’alto” (cf. Gv 3, 5-6)».

Dalla fede allo stupore. “Noi cristiani diamo spesso per scontato questa realtà di essere figli di Dio. È bene invece fare sempre memoria grata del momento in cui lo siamo diventati, quello del nostro battesimo, per vivere con più consapevolezza il grande dono ricevuto” (Papa Francesco, udienza generale dell’8 settembre scorso). Ecco, questo è il nostro pericolo mortale: dare per scontate le cose più sublimi della nostra fede, compresa quella di essere nientemeno che figli di Dio, del creatore dell’universo, dell’onnipotente, dell’eterno, del datore della vita. San Giovanni Paolo II, nella sua lettera sull’Eucaristia, scritta poco prima della sua morte, parlava dello “stupore eucaristico” che i cristiani dovrebbero riscoprire. Lo stesso dobbiamo dire della figliolanza divina: passare dalla fede allo stupore. Oserei dire: dalla fede all’incredulità! Una incredulità tutta speciale: quella di chi crede, senza potersi capacitare di quello che crede, tanto gli sembra cosa enorme, “incredibile”.  Essere figli di Dio comporta infatti una conseguenza che si osa appena formulare, tanto essa è da capogiro. Grazie ad essa, il divario ontologico che separa Dio dall’uomo è minore del divario ontologico che separa l’uomo dal resto del creato! Sì, perché per grazia noi diventiamo “partecipi della natura divina” (2 Pt 1,4). »

Slegare il proprio battesimo. Dobbiamo passare dalla fede allo stupore, dalla fede creduta (la fides quae) alla fede credente (fides qua). Solo questo cambia veramente la vita!  «Tutto ciò che nel sacramento dipende dalla grazia e dalla volontà di Cristo si chiama “l’opera operata” (opus operatum)”, cioè opera già realizzata, frutto oggettivo e immancabile del sacramento, quando è amministrato validamente; tutto ciò, invece, che dipende dalla libertà e dalle disposizioni del soggetto si chiama “l’opera da operare” (opus operantis), cioè l’opera da realizzare, l’apporto dell’uomo. La parte di Dio o la grazia del battesimo è molteplice e ricchissima: figliolanza divina, remissione dei peccati, inabitazione dello Spirito Santo, virtù teologali di fede, speranza e carità infuse in germe nell’anima. L’apporto dell’uomo consiste essenzialmente nella fede! “Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo” (Mc 16,16). C’è un sincronismo perfetto tra grazia e libertà; avviene come quando i due poli, positivo e negativo, si toccano e fanno così sprigionare la luce.» L’ambiente (famiglia, scuola, società, cultura, ecc.) deve aiutare il bambino a far sbocciare in lui la fede perché il dono ricevuto nel battesimo non resti sigillato, perché la fede sia aggiunta al sacramento. Ma manca ancora qualcosa: «la fede-stupore, quello sgranare gli occhi e quell’ Oh! di meraviglia nell’aprire il regalo che è la ricompensa più gradita per chi ha fatto il dono. Il battesimo – dicevano i Padri greci – è “illuminazione” (photismos). Si è prodotta qualche volta in noi questa illuminazione?» Nella «…tradizione cristiana non è mai venuta meno la corrente sapienziale che pone l’apice della fede nell’”assaporare” la verità delle cose credute, nel “gusto” della verità, compreso il gusto amaro della verità della croce. Nel linguaggio biblico, conoscere non significa avere l’idea di una cosa che però resta fuori e separata da me; significa entrare in relazione con essa, farne l’esperienza».

Il ruolo della parola di Dio. Come rendere possibile questo salto di qualità? La parola di Dio! E lo Spirito Santo (nella prossima  meditazione). «San Gregorio Magno paragona la Parola di Dio alla pietra focaia, cioè alla pietra che serviva un tempo per produrre scintille e accendere il fuoco. Bisogna, diceva, fare con la Parola di Dio quello che si fa con la pietra focaia: percuoterla ripetutamente finché non si produce la scintilla. Ruminarla, ripetersela, anche a voce alta. In un tempo di preghiera o di adorazione proviamo a ripetere dentro di noi, senza stancarci e con vivo desiderio: “Figlio di Dio! Sono figlio, sono figlia di Dio. Dio è mio padre!” O dire semplicemente: “Padre nostro che sei nei cieli”, ripetendolo a lungo, senza andare oltre. Qui è più che mai necessario ricordare le parole di Gesú: “Bussate e vi sarà aperto” (Mt 7,7). Presto o tardi, quando forse meno te l’aspetti, succederà: la realtà delle parole, fosse solo per un istante, ti esploderà dentro e ti basterà per il resto della vita. » Fratelli tutti! “Riconosci, o cristiano, la tua dignità – ci esorterà san Leone Magno nella notte di Natale – e, reso partecipe della natura divina, non volere tornare all’abiezione di un tempo”. Non c’è dignità superiore a quella di essere figlio di Dio! E si prende coscienza della dignità degli altri, anch’essi figli e figlie di Dio. Per noi cristiani, la fraternità umana ha la sua ragione ultima nel fatto che Dio è Padre di tutti, che noi siamo tutti figli e figlie di Dio e perciò fratelli e sorelle tra di noi. Non ci può essere un vincolo più forte di questo, e, per noi cristiani, una ragione più urgente per promuovere la fraternità universale. San Cipriano diceva: “Non può avere Dio per padre chi non la Chiesa per madre”. Dobbiamo aggiungere: “Non può avere Dio per padre chi non ha il prossimo per fratello”. Una cosa perciò cercheremo di non fare più. Non diremo, neppure tacitamente, a Dio Padre: “Scegli: o me, o il mio avversario; dichiara da che parte stai!”. Non si può imporre a un padre questa alternativa crudele di scegliere tra due figli, solo perché essi sono in lite tra di loro. Non tenteremo perciò Dio, chiedendogli di sposare la nostra causa contro il fratello. Quando saremo in contrasto con qualcuno, prima ancora di far valere e discutere il nostro punto di vista (che pure è lecito e qualche volta doveroso), diremo a Dio: “Padre, salva quel mio fratello, salvaci tutti e due; non desidero che io abbia ragione e lui torto. Desidero che anche lui sia nella verità, o almeno nella buona fede”. Questa misericordia degli uni verso gli altri è indispensabile per vivere la vita dello Spirito e la vita comunitaria in tutte le sue forme. È indispensabile per la famiglia e per ogni comunità umana e religiosa, compresa la Curia Romana. … “Dunque, non sei più schiavo, ma figlio. E se figlio, anche erede!” Lo Spirito Santo, vedremo a Dio piacendo la prossima volta, è pronto ad aiutarci in questa impresa.»

di Angela Di Scala

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