Commento alla lettera del vescovo Pietro 
Padre Federico Pelicon

Abbiamo bisogno di nutrirci della Carne di Cristo, Pane dei pellegrini e Farmaco d’immortalità, e di sperimentare la Sua reale Presenza; abbiamo bisogno di riconoscere, in ogni istante, che non siamo soli, che Gesù è al nostro fianco, sempre, e ci dice: “non abbiate paura!” (Mt 14, 27). Gesù ci ha detto: “dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18, 20). Certi della Sua presenza in mezzo a noi, riprendiamo la bella abitudine di pregare insieme come famiglia, ascoltando la Parola di Dio, facendo nostra la preghiera dei Salmi, recitando il Santo Rosario e altre preghiere di devozione. Ritorniamo a dare del tempo a Dio. Ritorniamo alla preghiera.

Riprendendo “vita pubblica” alla riapertura delle chiese, la Chiesa cattolica ha da offrire in modo semplice ma incisivo, oltre alla propria istituzionalità, una lettura di tutti gli eventi nello Spirito, anche quelli causa Covid.

Il Papa propone un’analisi molto dura unita a un disarmante appello alla Chiesa a lasciarsi plasmare dall’incontro con Cristo e dal potere vivificante e contagioso – dunque missionario – dello Spirito. «Quando nella missione della Chiesa non si coglie e riconosce l’opera attuale ed efficace dello Spirito Santo, vuol dire che perfino le parole della missione – anche le più esatte, anche le più pensate – sono diventate come “discorsi di umana sapienza”, usati per dar gloria a sé stessi o rimuovere e mascherare i propri deserti interiori».

Messa si, messa no è stato un dibattito quasi troppo vivace, e forse non sempre limpido, che ha segnato il periodo del forzato digiuno eucaristico. C’è stata una voce nella nostra Diocesi che, a onor dei fatti e dell’oggettività, ha esplicitato, all’inizio della fase “lockdown”, che non ci poteva essere una messa zero a origine di un focolaio di contagio, quasi ci fosse stato un focolaio “cattolico”. Anche perché la messa equivale a dire celebrazione del Corpo e Sangue del Signore, ed è difficile pensare e vivere il Corpo e Sangue di Cristo “zero”. Di fatto si constata, a seguito del “lockdown”, un ripensamento di tutti i piani pastorali e anche di alcuni aspetti della vita spirituale dei credenti.

Francesco sembra mettere la Chiesa in uno stato di conversione, non evocando “piani di mobilitazione pastorale» né strategie, ma chiedendole un «corpo a corpo con la vita in atto”. La vita in atto erano negli ultimi mesi le restrizioni a cui la Chiesa è dovuta sottostare ma che per questo non ha subito e non può subire per sua natura nessun “azzeramento”.

Qui entra in gioco la nostra fede a leggere gli eventi come occasione dello Spirito. Forse sono da leggere non solo in rapporto “ad intra”, cioè nella Chiesa, ma anche nel rapporto “ad extra”, cioè fuori dalla zona perimetrale della Chiesa. Certe semplificazioni come “il diavolo chiude le chiese” o “i vescovi si sono adattati alle richieste dei massoni” non tolgono nulla alla realtà del demonio che scorribanda e tenta i cuori delle persone. Ma prima ancora che nei luoghi di culto e nella trattativa serrata e difficile tra i Vescovi e il Governo, la vera carneficina il demonio l’ha tentata nei cuori dei credenti. In che modo? Tentandoli subdolamente a non esporsi al soffio dello Spirito e morendo d’asfissia. La peggiore di tali possibili asfissie è quella provocata dallo strangolamento delle procedure e degli attivismi pastorali. L’aria respirabile per la Chiesa è solo quella dello Spirito. Forse la crisi pandemica è stata un’occasione di conversione in primis per noi clero e poi per il popolo di Dio.

Ma proprio in questa pandemia il Papa ha esortato per l’eccezionalità dell’evento i credenti e tutti gli uomini e donne di buona volontà a riscoprire il senso e un modo più sobrio ed essenziale di vivere. Per noi credenti a riscoprire il rapporto eccezionalmente unico con il Signore attraverso la comunione spirituale e la confessione diretta dei peccati fino a che l’emergenza non sia passata per poi incontrare un prete. In tali casi i precetti non tengono perché vale l’eccezionalità in cui lo Spirito soffia e non guarda alle regole. Anche se è bene ricordare che l’eccezione non annulla ma conferma nel nostro caso il precetto.

Ritroviamo una dialettica tra «spirito» e «istituzione» che esclude la logica degli «apparati ecclesiastici», che «sembrano risucchiati – dice il Papa- dall’ossessione di promuovere sé stessi e le proprie iniziative». Francesco non vuole una Chiesa «rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti». Non dobbiamo temere la libertà, siamo liberi figli di Dio, liberi di amare non di amare liberamente.

In tal senso l’esortazione semplice del vescovo Pietro, citata ad introduzione di questo breve articolo, vale anche e soprattutto dopo la pandemia. Riscoprire la preghiera. Se c’è qualcosa che potremmo avere imparato è che il Corpo di Cristo consumato durante le eucarestie prima della pandemia, l’abbiamo poi toccato nelle famiglie, nelle sofferenze di chi ha perso mamma, papà o fratelli e sorelle a causa di questo virus. In fondo lo tocchiamo sempre come lo toccavamo prima nei fratelli e sorelle, ma forse, scrivo forse, ora ne siamo più consapevoli.

 

 

C’è stata una voce nella nostra Diocesi in cui a onor dei fatti e dell’oggettività ha esplicitato all’inizio della fase “lockdown” che non ci poteva essere una messa zero a fondamento di un focolaio, quasi ci fosse stato un focolaio “cattolico”. Anche perché la messa equivale a dire celebrazione del Corpo e Sangue del Signore. Ed è difficile pensare e vivere il Corpo e Sangue di Cristo “zero”. Di fatto si constata a seguito del “lockdown” ad un ripensamento di tutti i piani pastorali e anche di alcuni aspetti della vita spirituale dei credenti.

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