Dall’edizione del 4 Aprile 2020 pag 1-2

IL CORAGGIO DI SOFFRIRE
Quarta Lectio Quaresimale con P. Gaetano Piccolo, sj
Intervento in streaming e attraverso Facebook

 

Anna Di Meglio

 

Siamo arrivato alla fine del nostro percorso quaresimale sotto la guida di Padre Gaetano che, con il suo consueto garbo, lasciandosi sempre ispirare dallo splendido sarcofago di Bethesda, ci prende per mano e ci porta all’interno del Vangelo per mostrarci storie e personaggi che nella nostra vita di cristiani fin dall’epoca del primo catechismo abbiamo ascoltato e conosciuto decine e decine di volte, ma che ci vengono da lui presentate sotto una luce nuova. Padre Gaetano ci ha insegnato ad andare oltre l’immagine superficiale, oltre il racconto consueto, ci ha insegnato che attraverso le figure e i tanti particolari di cui ogni singolo brano è ricco noi possiamo attingere elementi preziosi per la nostra vita quotidiana. E così ci immergiamo, seguendo il suo discorso, nel tempo che fu di Gesù, ma che è incredibilmente così simile al nostro, dove possiamo entrare nella psicologia dei personaggi per immedesimarci in loro ed essere parte delle scene, a fianco a Gesù, vivendo insieme a lui le stesse esperienze di quei personaggi. Il Vangelo, lo sappiamo, non è la biografia di Gesù, ma uno scrigno che contiene un prezioso tesoro, un formidabile strumento per guardarci dentro, per scavare nelle nostre debolezze, nei nostri limiti, per mettere a nudo la nostra anima allo scopo di trasformarla e diventare ciò che Dio ha sognato per noi. Nel Vangelo nulla è casuale. La prospettiva dettata da Gesù ai suoi discepoli, la sua mentalità, il suo modo di amare, forgia ogni singola parola del testo. Le pennellate precise con le quali ogni Evangelista, a modo suo, disegna la struttura dei testi, in ogni più piccolo particolare lascia emergere il messaggio di Gesù in modo netto e chiaro. Per concludere il suo viaggio Padre Gaetano sceglie il tema della sofferenza, passando per i racconti della Passione di Cristo, anche essi molto noti. Il tema della sofferenza è estremamente attuale, non solo per la situazione critica creata di recente dalla pandemia, ma perché noi oggi viviamo in un mondo che tende a esorcizzare il tema della sofferenza, ad evitarlo, come se non ci appartenesse. Cerchiamo in tutti i modi di crearci un mondo in cui la sofferenza è bandita, ma il Vangelo ci insegna invece che essa fa parte della vita, non solo, essa è uno strumento che ci consente di operare in noi una trasformazione. “La sofferenza non è una punizione, ma una occasione di trasformazione” ci ha detto Padre Gaetano. Non ci dimentichiamo che la nostra salvezza, la buona novella, passa attraverso la sofferenza della crocifissione di Cristo. I racconti della passione erano tutto quanto girava tra le prime comunità cristiane, prima in forma orale e poi in forma scritta. Poi intorno a questo nucleo centrale sono stati costruiti, a ritroso, i quattro vangeli che conosciamo. La via che Padre Gaetano ci indica per viaggiare all’interno della passione di Cristo è una domanda: “Dove sono io nella passione? Che ruolo ho? Dove mi posiziono? L’invito non è a piangere per la morte di Gesù, la Passione non è assimilabile alla visione di un bel film con un finale tragico perché il protagonista muore, “è un compendio di dinamiche umane di fronte alla sofferenza nel quale devo vedere la mia vita” Non siamo chiamati a fare lamenti sulla tomba di Gesù, ma a lamentarci con la nostra vita, per capire quale cammino di conversione dobbiamo intraprendere. Entrando nel testo (Lc 19, 29 38) si parte dall’ingresso di Gesù a Gerusalemme, ma il percorso che padre Gaetano ci indica si sofferma su alcuni personaggi dei quali il primo è IL PULEDRO. Gesù manda a sciogliere un puledro, perché gli serve. Il puledro legato è schiavo, ha un padrone e non sa e non può liberarsi. Quel puledro siamo noi, legati dalle catene della nostra vita, dalle quali Gesù ci libera, e lo fa esattamente prima di salire a Gerusalemme dove troverà la morte. Presagio di morte che è presente anche nel vangelo di Marco, nell’episodio noto come “L’unzione di Betania” (Mc 14), dove una donna, entrata in una casa dove Gesù era ospite, rompe un prezioso vaso di alabastro contenente un unguento con il quale unge Gesù, prefigurando l’unzione alla quale di lì a poco Gesù sarebbe stato sottoposto dopo la crocifissione, ma anche l’immagine del vaso che si spacca, si apre come il costato di Gesù. La reazione degli uomini ci sembra normale, poiché il vaso e l’unguento avevano un enorme valore in termini monetari. La reazione di Gesù invece ci sorprende: è la logica dell’amore secondo lo spreco, incomprensibile ai più, ma chiarissimo per la donna. La logica dell’amore di Gesù è la logica dello spreco, è il modo di amare di Gesù, che non prevede patti di convenienza e ricavo, ma prevede solo amore fino in fondo, senza risparmio. Il quesito è: “che tipo di amore è il mio?”. Nella galleria dei personaggi è il turno di GIUDA, traditore per antonomasia, presente nella casa, che assiste anche lui scandalizzato. Giuda rappresenta il discepolo stanco di chiacchiere, non vuole aspettare, vuole agire, fare la rivoluzione, è colui che non ha la pazienza di aspettare di capire il disegno di Dio e forza la mano per accelerare gli eventi, accelerazione che porterà alla morte di Gesù. Quando siamo stanchi di aspettare diventiamo traditori, siamo tutti come Giuda quando non aspettiamo e non ci fidiamo. Poi tocca a PIETRO, figura centrale del Vangelo, che scappa di fronte al precipitare degli eventi nella vicenda dell’arresto di Gesù. La storia di Pietro si sintetizza per padre Gaetano in due momenti: quello in cui, spavaldo, crede di essere il più forte, di poter affrontare tutto da solo, “ci penso io!” è il suo motto. Ma poi le cose cambiano, Pietro comprende i sui limiti e deve accettare la sua debolezza e volge il suo motto in un triste “mi sono perso” al quale segue un pianto liberatorio che lava i suoi occhi e gli consente di sostenere finalmente lo sguardo di Gesù. Ci sono anche per noi quei momenti inaspettati in cui ci crolla tutto intorno e dobbiamo riflettere sui nostri errori. Proseguiamo nella Passione: siamo di fronte al SOMMO SACERDOTE, emblema di coloro che si irrigidiscono nei regolamenti e hanno paura di cambiare perché non vogliono mettersi in gioco, ma questa rigidità di pensiero, che mette la legge e la norma al di sopra della legge del cuore e dell’amore, non permette a Dio di rivelarsi. Anche noi nelle nostre comunità assistiamo spesso a questi atteggiamenti di rifiuto e opposizione, ma si tratta di ipocrisia, poiché il sommo sacerdote è in grado di vedere la positività della proposta di Dio, ma non vi aderisce per non mettersi in gioco. Alla fine si straccerà le vesti in segni di chiusura al dialogo. E continuiamo nel nostro viaggio: dopo l’esponente del potere religioso, arriviamo al cospetto di PILATO, esponente del potere politico, uomo simbolo della indecisione e della omissione, uomo che non vuole prendersi responsabilità. Pilato è l’uomo sballottato dalle opinioni altrui che teme la perdita del consenso popolare, che non ha il coraggio di dire la propria opinione, cioè che Gesù è innocente, e si lascia anche rodere dal rimorso di aver fatto condannare un innocente. È un dilemma che sorge spesso nella vita di molti di noi: siamo ossessionai dalle opinioni altrui, ci facciamo influenzare, o abbiamo il coraggio di esprimere il nostro pensiero in modo autonomo? Pilato è il narcisista schiavo della gente. Dopo Pilato è il turno di BARABBA, colui che senza averne merito e per puro caso viene salvato da morte certa solo perché qualcun altro morirà al posto suo. Noi tutti, come Barabba, ci troviamo in paradiso per caso, senza merito, perché Gesù muore per noi e ci salva. Saliamo verso il Calvario e incontriamo SIMONE DI CIRENE che al contrario di Barabba, è costretto senza colpa a portare un grande peso. Sembra pura sfortuna, ma a Simone basterà attendere poco per capire che quel peso ingiustamente sopportato fa di lui un tassello importante sulla strada che porta alla salvezza. Spesso anche noi siano pronti a lamentarci per tutto ciò che ci accade senza attendere l’esito di certi avvenimenti che spesso sono la nostra salvezza. La sofferenza di Simone non è inutile, Così agisce Dio. Siamo sotto la croce, incontriamo IL CENTURIONE, colui che, pur essendo pagano, è in cerca, si pone domande, vuole capire di più, vuole conoscere quell’uomo morto in croce. La risposta gli arriva con il rombo del terremoto, il terremoto della sua coscienza che cambia per effetto del contatto con il Cristo. Gesù muore. Incontriamo l’ultimo personaggio: GIUSEPPE DI ARIMATEA, l’uomo pio che mette a rischio la propria vita per ottenere il corpo di Gesù e dargli sepoltura. È un uomo dal comportamento assolutamente ineccepibile, ma la sua condotta è dettata dal dovere. Compie le sue azioni senza speranza, con la prospettiva di chi pensa che tutto sia finito. Rotola la pietra sul sepolcro di Cristo, ma la pietra è posta anche sulla sua fede, crede che Gesù sia solo una meteora destinata all’oblio. Giuseppe di Arimatea rappresenta tutti coloro, e sono tanti, che vivono una fede composta da tanti gesti rituali fatti senza cuore, nella rassegnazione e sfiducia, senza gioia. In conclusione Padre Gaetano ci ha esortati a metterci davanti al cammino della Passione ponendoci il quesito: “Dove sono io?” “Che cammino mi resta da fare? Sono tra i personaggi della Passione, in quali di loro mi riconosco e a che punto del mio cammino di conversione sono? Ringraziamo Padre Gaetano per il percorso nel quale ci ha guidati in questa Quaresima unica e anomala e ringraziamo il Vescovo Mons. Lagnese per l’occasione che ci ha dato di ascoltarlo.

 

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